La fortuna cominciava a giocare col capo di lui il suo gioco ridevole e tremendo. Come i taciti anni vissuti a cercar tra le ruine le testimonianze della gran Madre, così ci sembrano profondi quei mesi d’esilio sul Rodano vorace che, secondo il lagno petrarchesco, «tutti per sé gli onori del Tevere rodeva e ingoiava». Egli patì la miseria e l’infermità. Per giorni e giorni udì il gran vento di Provenza rintronargli nel cranio vacuo o agitargli pazzamente fra tempia e tempia i sogni d’infermo. Mal coperto di vesti logore, si trascinava sotto le muraglie impenetrabili del palagio babilonico; ove, stando egli «al sole come biscia», gli passava dinanzi agli occhi riarsi d’odio e di febbre alcun prelato corpulento «Cupidinis veteranus, Baccho sacer et Veneri, non armatus sed togatus et pileatus». Non sentì egli allora la debolezza del suo braccio imbelle? la vanità della sua ambizione senza ugne e senza rostro? la disparità lacrimevole tra quel violento sogno imperiale e l’animo suo servile dominato dalla paura della morte? Chi mai gli avrebbe data la leva capace di risollevare alla luce del secolo un mondo caduto nell’abisso delle cose irrevocabili come la prora di Enea e l’ancile di Numa? Come quello scudo vermiglio caduto dal cielo, veggente tutto il popolo di Roma, era per cadergli ai piedi la spada fatale? Ma il fantastico riso vagava ancora su le sue labbra sporgenti quando, addossato a una colonna pagana nel vestibolo della Cattedrale, egli guardava l’imagine di Nostra Donna e del Figliuolo dipinta nella lunetta sopra la porta da quel Maestro Simone sanese cui il Petrarca aveva posto in man lo stile per ritrarre Laura.
E fu Messer Francesco per certo il grazioso intercessore che gli impetrò il perdono da Giovan Colonna, così che esso cardinale lo rimise dinanzi al Papa. E in breve il dimacrato popolano in giubberello, non senza artificiose lusinghe cortigianesche (scaltro e versatile egli era e fra tante volpi inclinato naturalmente a volpeggiare), seppe racquistarsi presso il dottore in camauro il favor perduto; onde gli fu agevole ottenere l’officio di notaro della Camera urbana, remunerato con cinque fiorini al mese, e non soltanto tornarsene a Roma sul vento della lode, ché il breve papale encomiava i suoi costumi la sua devozione e la sua sapienza, ma esser pur anco difeso da Clemente contro i senatori Matteo Orsini e Paolo Conti i quali per vendicare le risapute infamazioni lo avevan sottoposto a processo.
XI.
Poco dopo la Pasqua dell’anno 1344 Cola di Rienzo, dunque, riassiso al suo banco notarile e ripresa tra le dita la sua penna d’argento, sorrideva sentendo già intorno al capo spirar l’aura popolare; ché assai gli giovava al conspetto del popolo l’aver efficacemente compiuta l’ambasceria, l’aver meritato l’odio degli ottimati, l’esser protetto apertamente dal pontefice, il ricoprire l’officio più adatto a soprapprendere le soverchierie dei baroni e le baratterie dei giudici.
Da allora, mentre il gran sogno romano ardeva custodito nel profondo petto di Francesco Petrarca, queste furono le dicerie e le gesta del demagogo nella Città.
Una volta, stando nel consiglio capitolino, levàtosi in piedi all’improvviso, con la movenza ciceroniana della prima catilinaria, pronunziò d’un fiato una orazione veemente contro i giudici i magistrati i rettori i patrizii che invece di por riparo ai mali della patria la subissavano senza ritegno. «Non siete buoni cittadini voi, ma sì perniciosissimi, che struggete il sangue del popolo, che in ogni strada e in ogni casa esercitate la ruberia e la violenza, che sovvertite ogni ordine, profanate ogni culto, usurpate tutti i diritti, vi arrogate tutti i privilegi, vi sottraete a tutte le leggi.» Lo ascoltavano i consiglieri in cerchio, senza ombra di rossore, con orecchio pacato e attento, come se fossero per istimare il gioco scenico di un istrione illustre. Quando il dicitore ebbe finito, si levò un Colonnese per nome Andreozzo di Normanno, allora camerario urbano, si accostò a colui che ancóra era acceso e ansante della fierissima perorazione, e senza far motto gli stampò una ceffata da maestro. Poi sorse lo scribasenato Tomaso Fortifiocca; e, battendo la manca su la piegatura del destro braccio agitato col pugno chiuso a scherno priapèo, diè la giunta all’uomo dalla gota rossa. Per certo durò nel consiglio, più che l’effetto della diceria, la risonanza del malo schiaffo.
Sgonfiato e sbigottito, Cola rinunziò le catilinarie e tentò le allegorie apocalittiche. I Romani svegliandosi una mattina videro pendere alla parete del palagio senatorio una vasta tavola dipinta di figure e di cartigli; e le figure rappresentavano Roma vedova, le antiche Città flagellate, l’Italia oppressa, le Virtù cardinali, Bestie occhiute pennute cornute, Pietro e Paolo, isole desolate, navi in tempesta, altre cose molte; e ogni cartiglio parlante recava un distico, e la Fede cristiana così favellava:
O sommo patre, duca e signor mio,
Se Roma pere, dove starò io?
I Romani rimirarono e si maravigliarono. Ma nulla accadde.