Allora Cola imaginò una strana pompa. Esploratore di antichità avvedutissimo, egli aveva scoperto in un altare della Basilica Lateranense la favola di bronzo fatta preziosa quant’altra mai dall’incisa Lex regia, testimonio solenne del senatoconsulto per cui a Vespasiano era stato trasmesso l’imperio. Avendola interpretata, la fece conficcar nel muro dietro il coro, e intórnovi dipingere il Senato nell’atto dell’investitura. Congregò quindi il popolo e i nobili in Laterano a parlamento; e dei nobili vennero Stefano Colonna iuniore e quel figliuol suo Gianni dal Petrarca celebrato «divino giovane pieno dell’antica e vera romana grandezza». Il notaro comparve in guarnacca e cappa alemanna e cappuccio alle gote di fino panno bianco, portando bizzarramente in capo un cappelletto emblematico. Salì sul pergamo e prese a parlare per similitudini. Poi, additando la tavola bronzea, esclamò: «Vedete quanta era la magnificenza del Senato, che conferiva l’autorità all’imperio!» E comandò a uno scriba che leggesse il testo della Legge regia, e lo illustrò delle sue chiose abondanti, riducendosi a memoria i colloquii avignonesi intorno alla perpetuità di quei sovrani diritti. E in fine deplorò la miseria presente, profetò la fame prossima, evocò i campi incolti e deserti, deprecò la guerra e le spade, celebrò la pace e gli aratri. I Romani ascoltarono e plaudirono. Ma nulla accadde.

Allora il demagogo moltiplicò le allegorie, le scritture, le discorse. Una nuova tavola dipinta egli appese al muro di Sant’Agnolo in Pescheria, costrutto entro il portico di Ottavia; su la porta di San Giorgio in Velabro, presso la Cloaca Massima, conficcò un cartiglio con suvvi scritto: «In breve tempo li Romani torneranno al loro antico buono stato». Ogni occasione gli fu bella a concionare. E i cittadini savii ridevano del notaro smanioso che intendeva riformare la disfatta città con quel suo spaccio di frottole bubbole e pastocchie quotidiano. Più anche ne ridevano i patrizii, non pensandosi che mordere potesse un tanto abbaiatore. Lo convitavano nei lor palagi, gli davano bere e mangiare grassamente dicendogli: «Chi troppo abbaia empie il corpo di vento; or qui ti conviene far del corpo sacco alla vivanda fina. Hai ganascia, bonissima epa, Sere.» E quei giovani asciutti e ferrigni, come Gianni Colonna, ridotti in muscolo e nerbo al mestiero della guerra, partecipanti della balestra e del verruto, lo tastavano, lo palpavano traverso la guarnacca, per sollazzo e per ispregio, valutavano da comperatori quella floscia carne sedentaria che già si gravava di adipe. Sghignazzavano e dicevano: «Senti già del grassetto, sere. Or noi ti vogliamo ben saginare perché tu esser possa in Norcia almen duca, se non puoi in Roma imperadore.» Non turbavano quelle manomessioni il conviva, ché a confronto della gotata di Andreozzo parevangli carezze e lezii. Egli rideva roco, masticando il boccone amaro; e rispondeva: «Certo che sarò imperadore; e guai alla ladronaglia dei baroni! Appiccherò i Colonna, decollerò gli Orsini, squarterò i Savelli, abbacinerò i Normanni, arderò i Caetani.» Le risa scrosciavano intorno alle mense; era lo schiamazzo, da un capo all’altro, più che tavernario. «Fa tuo sermone!» gridavano in coro i commensali. E poi che l’avevan costretto a tracannar la tazza colma, lo alzavano su la tavola in piedi come su pergamo. Ed egli sermonava a gran voce vituperandoli; e quanto più crudi erano i vituperii, tanto più alte le risa. Ma talora sùbito grido di allarme interrompeva la gozzoviglia e il sollazzo. Pronti in arme i nobili correvano alle barre e ai serragli, alle uccisioni e alle arsioni. Il sere, vedendo luccicare tanto ferro, pensava che gli bisognasse in fine esser lesto di mano com’era di lingua; e affrettava l’evento.

XII.

Tuttavia concionò pur una volta, prima di dar fiato alla tromba. In un luogo segreto su l’Aventino, sacro per antico alla libertà della plebe, adunò i più maturi de’ suoi partigiani, cavalierotti e mercatanti del popolo grasso, molto desiderosi del «buono stato». A costoro piangendo egli rappresentò anche una volta la miseria, la servitù, il periglio di Roma. Piansero con lui gli adunati, piansero e fremettero. Fu deliberata e giurata l’impresa.

Era il 19 di maggio dell’anno 1347, la vigilia della Pentecoste. Stefano Colonna seniore si trovava con la milizia a Corneto per grano. Cola mandò bando in ogni capo di strada a suon di tromba, che il popolo convenisse in Campidoglio senz’armi al primo tocco della campana. Su l’ora di mezza notte, nella chiesa di Sant’Agnolo in Pescheria, udì trenta messe dello Spirito Santo. Su l’ora di mezza terza uscì dalla chiesa tutto armato ma nudo il capo. Gli era al fianco il vicario del papa, Raimondo vescovo di Orvieto, ch’egli avea saputo trarre alla sua parte; lo seguiva moltitudine di popolani con grandi clamori; lo precedevano tre gonfaloni: il primo amplissimo, tutto vermiglio con in campo l’imagine di Roma sedente su due leoni, ed era il gonfalone della Libertà e lo portava il buon dicitore Cola Guallato; bianco il secondo, con l’effigie di Sire san Paolo, ed era della Giustizia e lo portava Stefanello Magnacuccia notaro; il terzo era della Pace, con Sire san Pietro dalle chiavi d’oro. Il quarto, quel di Sire san Giorgio, non isventolava dispiegato ma sì, come vecchissimo e logoro, era chiuso in una custodia appesa a un’asta lunga. L’ordinanza inerme avanzava verso il Campidoglio, in aspetto di processione piuttosto che di ribellione, col favore del Paràclito. Misurando il suo passo su quello del Vescovo tardo, il liberatore prendeva audacia «benché non senza paura», come dice il candido cronachista che forse lo vide troppo aggravato dal ferro inconsueto. Giunto al palagio, arringò il popolo «con savie e ordinate parole come quegli che era di retorica ordinato maestro» e il tuono della sua voce tanto lo rese animoso ch’egli da ultimo fece sacramento di esporre la sua persona «a ogni pericolo» per l’amore del Papa e per la salute dei Romani. Terminata l’arringa, Conte figlio di Cecco Mancino lesse gli ordinamenti del buono stato, che riformavano la città alla signoria del popolo, affievolivano la forza dei grandi, schiantavano la tracotanza dei malefattori. Con grida di allegrezza il parlamento rimise nelle mani dell’uomo novo ogni potestà. I senatori abbandonarono il seggio: gran parte degli ottimati escì dalle mura. La mirabile mutazione fu compiuta senza colpo ferire. Una candida colomba aleggiò su l’assemblea pacifica, quando l’uomo novo si chiamò «Nicolaio Severo e Clemente, per grazia del clementissimo Signor Nostro Gesù Cristo, di libertà di pace di giustizia Tribuno, della sacra romana Republica liberatore». E il Gracco della Regola si sovvenne della lontana sera su la via Casilina, di fra Venturino bergamasco e dei Battuti; e indicò la colomba apparita come un fausto messaggio del Paràclito. Il Cielo consacrava l’eletto con quel battito d’ali.

XIII.

Or messere Stefano Colonna il maggiore, che stava a Corneto per l’incetta del grano, udita la novella, senza indugio cavalcò alla volta di Roma.

Ceppo umano della più dura fibra questo vegliardo omai nonagenario che ancor metteva il piede nella staffa senza aiuto e inforcava saldamente il suo stallone. Tal razza di figliuoli e di nepoti era da lui rampollata negli anni, che pareva egli le avesse dato per cuna la sua targa e per nutrice la sua spada a doppio taglio e per battesimo il sangue orsino. Già Nicolò IV il minorita l’aveva fatto conte di Romagna; ed egli era entrato in Rimino l’anno medesimo in cui Gianciotto Malatesta vi trafiggeva i due cognati. Dalla rudezza del proconsole romano offese le libertà dei Comuni erano insorte; e i figli di Guido da Polenta avevano assalito in Ravenna e imprigionato il rettore. Il reduce in Roma erasi messo al fianco del suo padre Giovanni tratto in Campidoglio dal popolo su carro trionfale e gridato Cesare con grido eguale a quello delle coorti; poi aveva ottenuto la dignità senatoria, combattuto con la parola e con la balestra per l’elezione del nuovo papa, veduto l’anacoreta del Morrone pallido e tremante su l’asina condotta per la capezza da due re, veduto indi a poco Benedetto Caetani cinto di tiara su la chinea bianca pur tra quei due re scarlatti, sostenuto con tutti i suoi la collera taurina del gran prete d’Anagni, opposto alle folgori di Bonifazio l’orgoglio indòmito della colonna eretta, mirato il giullare di Dio Iacopone nella congiura di Lunghezza saltar come capro scagliando la satira pazzesca, udito senza sgomento la furia papale invocare l’universa Cristianità a prender la croce contro il mucchio d’uomini radicato nel sasso inespugnabile di Palestrina, finalmente lasciato dietro di sé nella via dell’esiglio la rocca ciclopica disfatta e rasa come al tempo di Silla, con la corda al collo i due cardinali congiunti, Sciarra errabondo come Caio Mario per macchie e per paludi. Taluno, dopo la ruina delle torri e dei càssari, avevagli domandato: «Or quale fortezza ti rimane, o Stefano?» Risposto aveva l’eroe sorridendo, con la mano sul gran petto: «Questa». E anco una volta era dalla sorte dimostro quale stupenda disciplina di virtù fosse per i magnanimi l’esiglio. Con atroce pertinacia il Caetani avea richiesto per ogni dove la testa dell’esule invitto, posto in opera ogni argomento di promesse di minacce di autorità di ricchezze per artigliarlo, errando quegli di terra in terra, oltremonte, oltremare, ospite di re talvolta, sembianza di re egli medesimo sempre, maggiore di ogni più grande sfortuna. Un giorno, nel tenitorio di Arles, caduto in mano di ricercatori prezzolati e richiesto di suo nome, senza indugio aveva risposto: «Sono Stefano Colonna cittadino romano», con sì alto coraggio che i sicarii non s’erano arditi toccarlo. E finalmente il principe dei nuovi Farisei era morto; e la colonna marmorea s’era rialzata più superba, e Stefano era rientrato in Roma ai combattimenti e alle vittorie: aveva rotto gli Orsini, sostenuto Arrigo VII contro Roberto d’Angiò, osteggiato il Bavaro, patito novamente il bando ma breve, ripreso le armi dentro e fuori le mura, dato ai suoi di continuo l’esempio del massimo ardire nel periglio, del massimo senno nel consiglio, del massimo decoro nell’esiglio.

Or questo gran vecchio, udite le novelle, cavalcava a Roma pensandosi di poter leggermente castigare la pazzia del notaro. Giunto nella piazza di San Marcello, in prossimità della rocca colonnese fondata sul luogo ove nelle antiche apoteosi erano arse le salme imperiali, egli si fermò e disse «che queste cose non li piaceano». Il dì seguente, la mattina per tempo, Cola di Rienzo mandò a messere Stefano comandamento che si partisse da Roma. Il vecchio lacerò la cedola sul viso al messo capitolino, e gridò: «Se questo pazzo mi fa poco d’ira, io lo farò gittare dalle finestre di Campidoglio.» Riferita la minaccia al Tribuno, costui senza por tempo in mezzo sonò la campana a stormo. Tutto il popolo corse alle armi. D’ora in ora cresceva il tumulto. Considerato il pericolo e il suo scarso guernimento, il Colonna rimontò a cavallo, non seguìto se non da un sol fante da piede, e uscì della città per la porta di San Lorenzo. Giunto alla basilica, sostò sotto il portico; si sedette sopra un dei leoni che reggono i pilastri della porta, e masticando un pezzo di pane amaro meditò la vendetta. Un oscuro presentimento non gli gravò il cuore ferreo? Lì presso s’incurvava l’ampio arco di travertino costrutto da Augusto per sorreggere i tre acquedotti, sacro alla prossima strage dei Colonnesi e alla doglia del vegliardo superstite. Ben egli sul tramontare di un giorno, molt’anni innanzi, andando per via con Francesco Petrarca, aveva già vaticinato: «Ahi che, sovvertito l’ordine della natura, di tutti i figli miei sarò io l’erede!» E volto aveva altrove gli occhi gonfi di lacrime.

XIV.