La composi nella mia villa di Settignano quando, per compiacere a un de’ miei spiriti allora dominante, io ritrovava senza sforzo i costumi e i gusti d’un signore del Rinascimento, fra cani cavalli e belli arredi. Non ch’io m’ingaglioffassi per tutto dì nell’osteria dello Scheggi come Nicolò a San Casciano tra oste beccaio e mugnaio; ma pur tutto dì ero tra stalla e canile con mastro e garzoni, amando la bestia più che l’uomo e non potendo del mio amore darle miglior prova che nel governarla.
Sere d’ottobre tra l’Affrico e la Mensola, tra il pian di San Salvi e il poggio di Maiano, tra Rocca Tedalda e le Gualchiere di Girone, tra Montereggi e la Fonte de’ Tre Visi, quando tornavamo in brigata con la muta a guinzaglio e co’ cavalli al passo, che fumigavano come la campagna frescamente rotta dagli aratri! Il sole tra i fumi pareva una macina roggia che si volgesse in tondo a frangere; ma per ogni dove intatte pendevano tra le foglie sante le piccole ulive che non avean cominciato ancóra a invaiolare. E le viti, che avean esse già dato il lor frutto, quasi spoglie di pampani si tendevano fra tronco e tronco a guisa di corde; e tanta era talora la musica di tutte le cose, che ci sembrava fossero per vibrare come quelle di uno strumento. La macina in fuoco sprofondandosi, talora le vette di Fiesole restavano accese per alcuni attimi. Poi nuvole eleganti si sedevano su le colline, mutavano attitudine senza parere, e non si sapeva che facessero, ed era da credere che s’acconciassero o giocassero; quando a un tratto la più chiara sollevava il plenilunio in cima al braccio nudo come chi sollevi la palla che le è balzata in mano e la difenda. Tutta la campagna splendeva di sùbita luce, se ben la luna fosse d’incerta lustrezza. I muri graffiti lungo le strade, e le case dei poderi, e i mucchi delle selci splendevan di non so che candore interno e tacito. Dall’alto della sella scorgevo un acciottolato dinanzi a un porticale, un vivaio colmo in mezzo a un orto, una fossa di calcina presso a una fabbrica. E tutto splendeva di quella luce senza origine, come i pensieri nella mente solitaria. E un silenzio strano si faceva lungo le strade, per entro alle siepi, sopra gli argini, tale che le péste dei cavalli non sembravano interromperlo ma misurarlo. E quel silenzio, che pareva eguale, aveva pel mio sentimento le variazioni espressive dell’ombra che non è la stessa quando s’aduna entro l’occhiaia o nel cavo della gota o sotto la mascella. Lo indovinavo diverso, prima di giungere a uno svolto, sicché al mio lieve fremito la bestia sensibile drizzava le orecchie come in punto d’aombrare. Giuntovi, entravo in esso come in un ricordo e in un presagio. In qualche luogo era così meditativo e così dolce che, sorpassandolo, l’anima mi si volgeva indietro come pel rammarico d’una perduta saggezza o d’un bene non acquistato. In qualche altro luogo, mi saliva subito al viso e mi penetrava come l’odore dell’incenso e il fresco della navata penetrano la creatura che entrando nella chiesa sta per essere posseduta dal suo dio.
Sensualitade
Turbami el vedere;
Et carnalitade
Nol mi lassa avere....
Hai certo in mente, o amico, il cantico del tuo Iacopone. Ma non così era per me. Non mai era in me “tenzone fra l’anima e ’l corpo„; ché sempre sentivo sorgere dalla profondità della mia carne gli spiriti più puri e coi miei occhi torbidi riconoscevo gli iddii non manifesti in sostanze trasfigurate per me solo. Quanti divini connubii, quante indicibili generazioni di deità senza nome mi si scoprirono su quella sorta di orgoglio carnale che nasce dal vigore esercitato e dal coraggio messo a prova! Se ripenso l’erta che solevo prendere a sera tornando dal Campo di Marte col cavallo in sudore, là sul fianco di quel bello Arcolaio di Bernardo Gondi fiorito d’oleandri sino allo scorcio di settembre, io so come quella fosse la via misteriosa che mi conduceva non a Coverciano né a Poggio Gherardo ma nell’intimo di me stesso, nella mia più remota solitudine. E ancor mi sembra aver lasciato qualcosa di grande pregio laggiù, lungo i fossati ingombri di tritume, per un di que’ sentieri molli che da Malcantone vanno verso il Pino, ove mi mettevo salendo a galoppo su per l’argine erboso dell’Affrico, mentre i cani andavano fiutando come per ritrovare le estremità di non so che rotti legami e per ravvicinarle e rigiugnerle davanti all’ansito del cavallo che si calmava stazzonato.
O Gignoro, luogo di deserta umiltà, dov’è ancor accolta la paziente pace benedettina come la belletta della pozza nel crocicchio, quante volte a sera passando sotto un’onda di campane ti riempii della mia anima più perfettamente che il soffio musicale non riempia una canna d’organo, mentre tutto il mio caldo corpo in un brivido repentino mi diveniva una cosa più fragile di un’ampolla appannata da un’acqua che vi si congeli e traspiri! Ahimè, non mai, per quanto mi sforzi, potrò rappresentar que’ modi del mio sentire, quando ogni mia esperienza era una comunicazione segreta per rinvenire il senso del mondo e la mia cotidiana vita era un’azione mutua e perpetua tra me e i demoni incogniti ch’evocava la mia magia. Ecco, riodo nella mia memoria l’urto dello zoccolo sonoro contro il sasso, in capo della via di Camerata dalla parte di San Domenico, e dietro me lo stridore del carro elettrico su la rotaia, lo stridore che si prolunga atrocemente nell’ombra come un coltello rimosso nella piaga d’un petto che si lasci torturare senza grido; e mi ricordo come quella mia angoscia improvvisa non mi salisse dal mio proprio cuore ma di più giù che il sasso, di più giù che la radice della collina bella. Tal luogo veniva incontro a me come una creatura eterna che mi fosse parente. Tal altro tratteneva e serbava per me la più volubile delle forze erranti. In un altro ritrovavo la mia oscurità, in un altro il mio splendore, in un altro il mio crepuscolo. Talvolta, senza causa, con la prestezza dell’inspirazione, il mio petto traboccava d’amore così che mi veniva una volontà di gettarmi giù di sella per porre la faccia contro la terra.
Poi, come se da non so che tempera potente l’anima mi si freddasse e indurasse, m’accadeva di non esser più se non una sorta di spada nova nella guaina delle mie membra. E non gioivo se non di quello spirito crudo che tante volte appagai nel sangue delle mie tragedie. E una sì forte imaginazione si levava in me, che mi sentivo tutto aspro di quella “bizzarra salvatichezza„ ond’eran irti gli uomini di parte in Fiorenza “per lo mal seme venuto di Pistoia„. E mi pareva non esser dissimile a Guido Cavalcanti quand’ei spronò contra Messer Corso col dardo in mano, e i compagni non lo secondarono. Ma pur un giorno ci trovammo con il compiuto donzello Simone Donati al ponte ad Affrico per assalire Nicola dei Cerchi bianchi che andava al suo podere e alle sue mulina. E anco un altro giorno in su l’Affrico stesso fummo con Boccaccio Cavicciuli a perseguitare Gherardo Bordoni, e lo raggiungemmo e afferrammo, e gli tagliammo la mano e la recammo nel corso degli Adimari; e fu confitta all’uscio di Messer Tedici suo consorto, come nottola. E anco ci trovammo sopra a Rovezzano allora che il barone fu giunto e preso; e pur là eravamo allora che, di costa a San Salvi, con un sùbito raccapriccio fiutando la ferocia della bestia plebea ei levò dalle staffe le grandi podagre de’ piedi e si lasciò sfuggir la briglia dalla man gottosa, e piombò giù di sella per restarsi; e là in terra un dei Catalani gli diede della lancia per la gola, al conspetto dei monaci esciti di badia, onde ammirabile getto di sangue fu il motto estremo di sì bello parlatore.