Sere d’autunno tra il Monte Ceceri e il Poggio a’ Pini, tra Mugnone e Zambra, quando sopra Borgunto a un tratto s’allargava una nuvola turchina, bassa come un tetto di lavagne, e per tutto era un silenzio molliccio come quel d’una cisterna coperta, e ogni piega della terra era già come un labbro proteso alla prima gorgata, l’odore piovano giungendomi al cuore innanzi che all’orecchia lo stroscio! Giungeva di lontano, e non proprio come un odore terrestro ma come una ricchezza indistinta, ma come un umido spirito che seco rapisse tutte le grazie fiesolane sparse tra Sant’Ansano e Belcanto, tra gli angeli di Luca e le modanature di Michelozzo, avendo toccato la rosa e lo smalto, il marmo e la dàlia. E mi gli volgevo come un poeta in sogno, di su la groppa, inspirato dal fiato di Fiesole medìcea. Ma, quando le fitte aste della pioggia cominciavano a risonare contro le picche dei cipressi, tralasciavamo la delizia come quei partigiani Neri e Bianchi che, stando a godersi in Santa Trinita un ballo di donne, spinsero di sùbito i cavalli l’un contro l’altro e s’azzuffarono. Partivamo a trotto chiuso verso Castel di Poggio, entrando nel fosco della rimbombante selva come nell’ombra ostile del secolo remoto, con l’animo d’una masnada che cavalcasse a vendicare una soperchieria contro un dei Manzecca, risoluta a non tornare indietro se non dopo avergli fatto quel che il masnadiere dei Donati fece in calen di maggio a Ricoverino di Ricovero. Rinforzando il rovescio, senza allentare il trotto giù per la discesa motosa, passavamo sotto i piombatoi di Vincigliata, poi lungo l’intorbidita Mensola sino al Ponte, e dal Borghetto su per l’erta vecchia di Settignano ove risfavillavano le selci. Travedevo i campi inondati, i solchi mutati in rivoli, i fossi traboccanti, qua e là una faccia del cielo riflessa in un di que’ specchi fuggitivi. I lauri del Belritorno aulivano come se la pioggia li avesse dirotti coi suoi mille e mille coreggiati d’argento. Balzavamo di sella, su lo spiazzo, fradici d’acquazzone e di sudore fino all’osso, palpando il collo della bestia generosa col guanto inzuppato. I garzoni accorrevano. Dai canili i cani rinchiusi abbaiavano rizzandosi contro i cancelli, ficcando tra le sbarre i musi lunghi e gli occhi ardenti. Chiamavo per nome i tornati, che mi saltavano addosso con le zampe lorde di fango, ansandomi in viso. Se taluno de’ più fiacchi rimasto per via mancava alla chiama, era un gran fischiare, un gran vociare, come in una Caccia di Franco Sacchetti o di Nicolò Soldanieri.

“Tè, tettè, tettè!„

“Ulivo, torna qua!„

“Va su, va su, Donnà!„

Allora entrava in me una virtù singolare, vigilante e pronta ma pure involta di non so che sogno, di non so che bagliore fantastico, quasi avessi bevuto una qualche stupenda mescolanza. Respiravo in quella calda bestialità con tutti i miei pensieri concitati come nel furore della poesia. Vedevo, nel forte delle faccende, sorgere le figure segrete che si disformano quando l’arte le tocca, V’era luogo per qualche piccola divinità nella posta occupata dall’importanza del cavallo che aveva fatto il suo sforzo e che doveva essere ben governato. I movimenti consueti, resi agevoli ed esatti dalla pratica quotidiana, componevano il ritmo misterioso della perizia, che pareva regolato dalla mia ispirazione. Il palafreniere curvo su la lettiera asciutta, nell’ombra della pancia zaccherosa, e quello che stropicciava il fianco schiumante con una manciata di paglia per ogni mano, e quello che tuffava la spugna nella secchia tenendo la coda o il piede, ognuno accompagnava la bisogna con un certo soffiare ch’era come un suono lieve di persuasione e di blandimento, onde talvolta si formava non so che parola comunicando all’inquietudine della bestia sensibile la pena e l’amore dell’uomo.

Credi tu ch’io fossi più ebro di me quando nel Deserto d’Arabia alla sosta della sera abbiadavo con un po’ di crusca o con un pugno d’orzo il mio stornello impastoiato, cominciando la luna appena a segnare tra immensità ed eternità il miracolo della mia ombra? Anche là, in quella stalla chiusa, tutto era lontananze e apparizioni dello spirito, tutto era disegni e scritture dello spirito, azioni mutue tra me e gli iddii subitanei. Anche là sentivo il mio cuore divenire più profondo e il mio occhio riacquistare la limpidità infantile, come nel Deserto, come su la spiaggia pisana, come intra du’ Arni, come al Gombo, come nella Versilia, come quando nasceva, dal mio respiro Undulna. Era ben là Undulna, trasfigurata in una grande cavalla baia che meritava il nome della pieghevole dea “dai piè d’ali„. Non docile, abbassava le orecchie, increspava le labbra mostrando le gengive, guardava a traverso mostrando il bianco venato di vermiglio; ma per entro i suoi belli occhi biechi scoprivo l’essere sconosciuto e divino che mi spiava come io un giorno tra le canne del Serchio spiavo il Centauro.

V’è certo una Musa velata che conferisce un che di simile a quella grazia detta abituale dai teologi. Io ne fui ricco, all’aperto e al coperto. Le mie imaginazioni non erano se non atti di fede. Sapevo come i fantasmi da me veduti fossero più veri dei corpi e dei movimenti che li cagionavano. Tuttavia non mai accadeva che la mia attenzione esterna si interrompesse o si rilasciasse. La cigna sfibbiata, la sella tolta di sul dosso fumante, il riflesso d’una lanterna sopra una groppa lisciata dal torcione, la voce data dall’uomo per far poggiare o per calmare l’impaziente, uno sbuffo strepitoso, un nitrito più tenue che un fremito di gazella, l’odore della canfora, l’odore della farina nel beverone caldo, un bel guizzo di luce sul viso acceso d’un mozzo, la strana cifra segnata dai peli bianchi in un mantello rabicano, ogni gioco delle apparenze mi commoveva come la rivelazione d’una novità che in me solo toccasse il sommo del suo pregio. Di posta in posta, palpavo con la mano senza guanto la spalla le reni l’anca per sentirle asciutte; e più d’una volta eccitavo lo zelo con l’esempio, in gara di prontezza, ché tu sai quanto mi piaccia fra i destri esser più destro e a tutto mostrarmi accomodato. Nel canile, quasi carponi, in maniche di camicia, serrando il levriere tra le ginocchia, gli stropicciavo le zampe, le costole, la schiena, pel verso del pelo, sentendo con orgoglio le masse formidabili dei muscoli nelle cosce, i secchi tendini tanto possenti e pur tanto delicati. O sedentario amico, qual mai nostra sintassi eguagliò la virtù di quelle strutture? Esaminavo io medesimo, volta per volta, i piedi messi a dura prova dalla strada toscana ov’è re il barocciaio. Se mi parevan sensibili, li bagnavo con una ottima infusione di scorsa quercina e d’allume che raccomando ai miei seguaci spedati. D’un tratto, su la paglia fresca dei banchi le risse scoppiavano. Sotto la frusta che non valeva a separare i contendenti, tutto era fuoco d’occhi e ringhio di mascelle armate. Prendevo su le mie braccia il ferito che guaiva: gli trovavo lo sdrucio nella pelle fina, quasi strappo nella seta. Il combattente feroce ora frignava come un bimbo, lasciandosi medicare dalle mie dita leggère. Bisognava parlargli nella sua favella, consolarlo con le sue moine. Certo, amico, non ebbi mai tanta accortezza nel collegare i membri del periodo e nel volgerli alla clausola giusta, quanta ne dimostrai nell’usare l’ago del cerusico e nel mettere le fasce intorno a così difficile irrequietudine. E non mai, veramente, come tuffando le dita nella bacinella, considerai nel sangue un simbolo tanto sublime.


Hai tu mai pensato che imbestiare può in un certo senso essere un modo di trasumanare? Non so più dove io abbia trovato, ma mi sembra in un Dialogo del Tasso, un detto il quale io non voglio più ricercare per non esser costretto di trascriverlo con esattezza e d’interpretarlo altrimenti che a mio modo. “Così come vi piacque imbestiarlo, vi piaccia anche deificarlo„. Vedo che il mio segreto lirico è in una sensualità rapita fuor de’ sensi. E questo non può sembrare un semplice bisticcio alla tua mente umbra, o cittadino di Todi.

“Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in sull’uscio mi spoglio quella vesta cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali e curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et ch’io nacqui per lui....„ Te ne ricordi? Nel tempo delle nostre letture ad alta voce, una sera, come fui giunto a questo passo, non potei seguitare, tanto la commozione mi vinse. E una gentile donna, quivi presente, ricevette il mio tremito sin nel fondo del suo cuore; e credo che di poi meglio mi amasse.