Ma che mai poteva essere per me ogni altro cibo? Mentre su le alte lettiere i cavalli copertati e abbeverati tritavano con agio l’avena, io veramente a mensa non mangiavo se non la mia anima mista, consentendo al medesimo Torquato che “niuna cosa è più soave della mistura„. Quivi sedeva la mia compagna per la notte; ma non ero ebro se non di me, come se fossi solo al mondo, dedito a tutto ottenere da me e a rifoggiare in simiglianza di me tutto ciò che intorno viveva, per deificarmi. Mi prolungavo nel passato, mi ricongiungevo alla mia eternità; ma come a dentro mi toccava la bellezza presente di quelle rose d’ottobre che ornavano la tavola, ancor molli di pioggia, un poco malate di freddo e d’ombra, più tènere e più misere che le piccole pugna chiuse dei poppanti assopiti!
La mia vita segreta era così bella che ogni giorno più la profondavo nel suo silenzio vivente. Bastava talora un grido in mezzo ai campi o uno stormire di cipressi perché ella si levasse in un sùbito tutta quanta con l’ansia di prendere la forma dell’arte. Ma le facevo violenza, la ricacciavo nella profondità.
“O profondato mare,
altura del tuo abisso!„
E vivevo in palese un’altra vita, mi sottoponevo a una disciplina avversa, curioso come fui sempre di conciliare l’inconciliabile e di concordare la discordia, per meritare dinanzi a me stesso quel titolo di Amimetobio male usurpato dalla grossezza romana di Antonio e de’ suoi compagni.
Per ciò, invece di secondare il mio genio, m’imposi un cómpito determinato, allogai a me stesso un lavoro di lena, impresi a trattare una materia ignuda con la mia maestria, come i miei artieri settignanesi nella mia casa trattavano il legno, il ferro, la pietra. Anche nella scelta fui duro; perché da prima avevo pensato al Re Giannino e a una Siena affrescata con la maniera di Ambrogio Lorenzetti. Avevo di poi pensato a quel Bianco dell’Anciolina che tu ben conosci, al povero gesuato cantore di laudi ebro come Fra Iaco, al giovinetto lanaiuolo distrutto d’amore per l’immacolato Agnello, come apparve “bellissimo e delicato garzone„ all’uomo di Dio Giovanni in punto di partirsi da Siena per andare a Viterbo con rami d’ulivo incontro al Papa, quando Caterina Benincasa compieva vent’anni e cantava anch’ella la sua laude nel suo piccolo verziere intrecciando la ghirlanda di rose con le dita insanguinate dalle spine in commemorazione del divin Sangue. Avevo di poi pensato a Gentile Bellini, a Misser Zentil dalla collana turca, e al suo passaggio d’oltremare su la galera di Melchiorre Trevisan, e alla Bisanzio ancor profumata di neo-platonismo dopo la migrazione degli ellenisti, alla Costantinopoli di quel Maometto Secondo il qual non pregiava se non la guerra lo studio e la voluttà. M’ero pur volto a quel difficile nodo di vizii e di virtù ch’era Filippo di Filippo Strozzi, spirito diverso e ricco quant’altro mai, fatto a ogni cultura e a ogni licenza; e veduto l’avevo, corrotto e magnanimo, ambizioso e molle, sospetto a tirannide e sospetto a libertà, nella Napoli aragonese, nella Roma di Clemente Settimo, nella Firenze d’Alessandro e d’Ippolito, nella Parigi del Cristianissimo, ai suoi Banchi di Lione, in Vinegia col suo caro Lorenzino dal pollice stronco, verso Montemurlo a cavallo con la zagaglietta in mano, sotto le mura della mia Prato messo in sul ronzino al ludibrio della canaglia, lui, il magnificentissimo, il greculo amatore di putti, il “delitioso paradiso„ di Camilla Pisana, il “dimidium animae„ dei mignoni e delle meretrici, nelle cui braccia soleva obliare l’agrezza della viragine domestica e smarrire il filo dei Comentarii di Plinio.
Or in un giorno di nebbia e d’uggia, per aver risognato un gran campo di papaveri visto quell’anno nella Campagna che n’era cruentata come d’una carneficina di baroni, e per aver fantasticato d’un nido di poiana scoperto nella medesima state, imbottito di crini di cavallo e putrido dei resti d’una donnola d’una biscia e d’una botta, mi si presentò la maravigliosa figura di Giovanni Vitelleschi propria alla terribilità dell’Agro quanto la vertebra d’un acquedotto o il rudere d’un colombario. Considerandola, mi sembrò che col medesimo punzone fosse coniata la medaglia di Cesare Borgia, al colpo secco del medesimo martello. Con che acerbo e profondo segno era da imprimerlo nella mia materia quel prete di Corneto che da scrivano del Tartaglia capo di bande s’era fatto despoto irresistibile e “terzo padre„ di Roma! L’impresa borgiana delle Marche, l’eccidio di Pietro Gentile in Recanati, l’espugnazione di Vetralla, la grande e radicata schiatta dei Vico quivi tronca di netto, il tagliamento dei Savelli e dei Colonnesi, l’abbattimento delle rocche in tutto il Lazio fumante, la statua equestre decretata al trionfatore in Campidoglio, Palestrina rasa di terra e lasciata come stoppia in cenere, Foligno occupata nell’oro e nel sangue dei Trinci, il crollo repentino di tanta potenza al ponte di Sant’Angelo sopra la gialla fiumana ineluttabile come la sorte, l’ultima spronata senza galoppo, l’agonia squallida nella prigione, il cadavere portato alla Minerva di notte “in giupetto, scalzo, e senza brache„, la spoliazione e l’infamazione postuma: quanti scorci profili contorni gagliardi per i miei cartoni, quanta convenienza alla maniera secca cruda e tagliente! Ma era alcuna grazia in alcuna di quelle figure, in altra era non so che rispondenza con certi miei sogni e ricordi; sicché le une e le altre avrei potuto amare o ammirare, essendo traboccante d’amore e disposto a donarmi. Per ciò me ne distolsi; e so che la cagione non può esserti chiara, né a qualtivogli. D’un tratto, tra lagno e strido di quel Poncelletto Venerameri capopopolo mandato dal Vitelleschi al supplizio e attanagliato e sbranato in Campo di Fiore, parvemi udir sibilare la pancia del Tribuno di Roma forata dallo stocco di Cecco del Vecchio. Onde avvenne che, quasi vòlto dal Cornetano medesimo verso quell’altro più antico prelato condottiere ch’ebbe nome Albornozzo, io mi rimanessi in Roma e nel Lazio e tra la baronìa facinorosa.
Ecco per qual vicenda, o amico, mi costrinsi al lavoro improbo che richiedevano una mia arcana disciplina voluntatis e la comunanza assidua con i miei artieri. Stabilito il cómpito, temperata la penna, composta con tutta pulitezza la prima pagina, mi sembrò far parte del loro corpo e in me raccogliere l’armonia di ognuno.