Non ne serbi memoria tu che per me facesti qualche allogazione stando sul tirato più che tu potevi, sicché tu sembrasti “un po’ durettino„ al mio buon Romanelli? Di lui non ti rammenti?

Aveva un viso di melacotogna che di lanuginosa si fosse fatta setolosa, ché il rasoio non ci poteva, tanto la barba gli si rinfittiva in una notte, anche a luna calante. Ingoiava di continuo la saliva, ragionando e tacendo, quasi quel suo gran pomo d’Adamo gli si riseccasse di continuo nell’andar su e giù per quel collo che non pareva appiccarsi alle spalle ma nascere dal tallone riducendo a sé la lunga magrezza dinoccolata di tutto il corpo. E aveva un sorriso dolce che mi faceva pena, per quell’ingoiare che l’interrompeva sempre in su lo schiudersi; e due occhi umidi innocenti inquieti come quelli d’un lepratto, se bene egli mostrasse amare il Carmignano infiascato più che la rugiada su’ brocchi. Maestro di cazzuola ottimo, sol nel prendere la calcina dal vassoio con la punta della mestola e nello schiacciarla su la commettitura rivelava una mano sapiente nervosa e istintiva come quella d’un violinista; e starlo a guardare nell’opra m’era un diletto quasi musicale che m’arieggiava il mito ritmico delle mura tebane, sicché per baia io lo chiamavo Maestro Anfione da Feliceto e gli promettevo una martellina d’oro massiccio.

E il Contri fabbro? Certo egli era stato a bottega col Caparra e, come per me aveva contraffatto a miracolo il famoso alare che mi mancava al paio, così aveva certo lavorato a quel che mandarono a prendere per il donzello i signori Capitani di Parte Guelfa costretti di contare prima i danari sopra l’incudine. Debbo però dire ch’egli mi faceva credenza e l’arra mi chiedeva di rado, tanto lo rapiva il gran sentimento ch’io avevo dell’arte sua e il mio piacere a vederlo battere e tirare il ferro bogliente e rinvenire l’antiche specie. Roco era e fioco e quasi sempre imbacuccato, per un’angustia de’ bronchi de’ polmoni, come direbbe il Redi; col quale credo consentisse anch’egli nel pregiare tanto il vino vermiglio quanto il bianco il dorato ed il mezzo colore. E si lamentava che la cura della Porretta non gli giovasse e si rammaricava che ora avesse a passare per l’acqua un ch’era passato per tanto fuoco. “Si sa: ci vuol tempo„ gli diceva il medico, quel nostro caro Andrea Nasini, sodo come il peperino del suo Montamiata, schietto come un fonte di Castel del Piano. Rispondeva egli, fioco, quasi da una fucina di sotterra: “Il tempo va e il ferro mi si fredda, sor dottore„. Ma con una nuova invenzione d’una beffa, ci venne fatto di prendere vendetta di quel certo vecchio che, al dire di Francesco Bracciolini, “tutto Il giorno sta co ’l polverino in mano„. Incomodato dall’aver continuo per casa un goffo smoccolatore di ceri e di lucerne, disperato di scoprir per tutto le macchie delle smoccolature e di soffrire a ogni momento il puzzo delle moccolaie, stufo di star sospeso tutta notte ai capricci del lucignolo e ai ghiribizzi dello stoppino, volli rassegnarmi ad accogliere nel bel palagio con pratello e corte, che fu de’ Tanagli e de’ Capponi, ahimè, l’atroce luce delle vie publiche, delle botteghe, dei teatri, delle stazioni. Or un giorno, considerando un singolare oriuolo a polvere comperato in Colonia, il quale portava otto ampolle racchiuse nella sua bella custodia di ferro battuto, mi percossi la fronte come Galileo dinanzi al lampadario del Duomo pisano. Due, quattro, sei, otto e più lampadine legate a coppia per il picciuolo potevan sostituire nella cassa le ampolle da sabbia e ingannare il vecchio Barba. Che alzata d’ingegno e che beffa luminosa! Corsi dal Contri che mi stava appunto racconciando una torciera lombarda a cui era ancóra attaccato il cerume in colature. Fece: “Questa è bona„. E, messo da parte l’altro arnese, súbito ci accingemmo a costruire il primo polverino senza polvere. In breve, su per gli stalli del refettorio, su per gli scaffali della libreria, intorno alle cappe dei camini, lungo le cornici degli armadii, da per tutto erano disposti gli emblemi dell’inesorabile Tempo, gli oriuoli d’arena dai vetri offuscati, dalle custodie arrugginite; ché avevamo perfin ritolto l’arte al guastatore. D’improvviso, a vespro, si rivelava il dolo. Il granello funebre non iscorreva più dall’ampolla nell’ampolla. Fermata era la fuga dell’attimo. La tacita misura era abolita. Tutti gli oriuoli risplendevano e illuminavano. Tu alzavi i tuoi occhi di chiosatore e dicevi in tuo latino: “Tempus lucesci„.

Ma posso io non mentovare Maestro Annibale legnaiuolo, del quale ho tuttavia nell’orecchio quel suo peritoso e perpetuo “Io dirrei....„ e nel cuore quel suo mite aspetto di Giuseppe nazareno temente di calpestare i trucioli? Mi forniva un banco di canile e mi ristaurava un cassone del Quattrocento, mi componeva un gentil graticolato per sostenere una spalliera di rose e mi rabberciava un tramezzo sfondato dal calcio d’un cavallo. Lo vedo ancóra davanti a me, un poco sgomento, con la matita turchina su la bocca dove le parole gli s’ingarbugliavano, quando volle domandarmi se una certa ruota misteriosa, che io e un suo molto sveglio figliuolo detto il Morino andavamo ingegnando, fosse veramente per doventare la ruota della Fortuna o la quinta del carro.

Te ne ricordi? Era di così raro e segreto pregio che l’avevo messa nel penetrale, in un angolo della libreria, dietro a un mappamondo; e tu le passavi accanto in sospetto come se, macchina infernale, dovesse scoppiare da un momento all’altro facendo scempio de’ Testi sacrosanti. Era l’ordegno costrutto con acume leonardesco, munito di molle nascoste che rendevano mobili e agevoli i quarti liberati dal cerchione rigido; e doveva su le vie attonite della terra sottentrare a quella tronfiona della gomma che non si salva dall’insidia dell’astuto chiodo e della vendichevole selce. Nel giorno della prova, cigolava con un suono tanto inaudito che perfino i cani più petulanti e i più tardi paperi fuggivano al passaggio. Sul primo virare, si sconquassò come un vecchio ombrello investito dalla raffica.

Il Betti tagliapietra disse giudiziosamente: “To’, gli era meglio una macine„. Io credo che anche a questo mio scarpellatore tu paressi un poco duretto. Te ne ricordi? Aveva una testa risentita, alla maniera di Masaccio; che gli diveniva focosa per lo stare chinato come quella di Piero che cava i danari dal ventre del pesce nella cappella de’ Brancacci. E la sua testa ei l’aveva sopra un paio di brache che gli cascavano infino alle ginocchia; e non riusciva mai a tirarle su bene, in modo che restassero. E, standomi dinanzi bracalone su quelle gambe corte vestite di rigatino grinzo, mi ragionava della sua pietra bigia o serena e della sua cava di Maiano con tanta possa che pareva egli fosse il fratello minore di Monte Ceceri e che tutte le colonne della fabbrica degli Uffizii e altre innumerevoli di chiese e di palagi in Firenze fossero il suo parentado.

Ricevuta l’allogazione, eseguiva coi gesti issofatto il lavoro. Tagliava facile nell’aria il sasso come il pattonaio una targa di pattona: ecco una soglia, ecco due stipiti, ecco un architrave. Ma bisognava vederlo quando alfine giungeva su lo spiazzo precedendo i barocci carichi che s’impuntavano nella carreggiata. Andava pur sempre bracalone; portava seco nondimeno la grana il peso e il polimento della pietra concia, come l’annunziatore porta l’annunzio. E tanto un giorno mi piacque che sorridendo incominciai per lui una Canzone pietrosa nello stile di Dante aspro.

Caro il mio Betti, quanto mi aiutò egli a comprendere per che virtù la grande generazione fiorentina degli scultori nascesse dalle cave di macigni e come Michelagnolo sentir potesse d’aver tirato dal latte della sua balia settignanese gli scarpelli e il mazzuolo!


Questo lapicida mero, della generazione dei Gamberelli, dei Fancelli, dei Cioli, dei Lorenzi, dei Caprina, era certo l’uomo della sua materia, se altri mai. Ma io ebbi meco anche l’uomo della mia materia inviatomi dalla benignità di San Zanobi Spirito protettore Genio custode Nume conservadore dell’Academia della Crusca; e tu sai con che cirimonia mi fosse condotto dal più grazioso dei linguai e dal più serviziato degli amici, dal nostro Giuseppe Lando Passerini dei patrizii di Cortona litteratissimi.