Subitamente parve che un odore di farina e di virtù si spandesse nella casa sospetta. “A gloria adunque di Dio servendo l’Academia serviamo San Zanobi, e insieme con la favella i pensieri e l’opre affinando, e purificando, l’amicizia di lui procuriamo; e se ella il più bel fiore ne coglie di nostra lingua, colga ancora a imitazione di San Zanobi, per meritare l’alta sua protezione, il più bel fiore delle virtù.„ Tu sai come io, candidato perpetuo, osservassi e l’una e l’altra regola.
Era l’uomo un assistente al Frullone o, come dire, bidello; ovvero, come detto avrebbe con arguzia peregrina il segretario Bastiano de’ Rossi, Sergente del Castaldo, incaricato di trarre il sacco, di versarlo e scoterlo nella Tramoggia, dopo averne registrato la misura il peso e la bulletta al Campione. L’avevo preso perché mi aiutasse, anche co’ piedi, a compiere la mia difficile raccolta de’ Testi di lingua usati a stampa nel Vocabolario. Conosceva le botteghe dei vecchi librai fin sopra le cimase degli scaffali e ne’ ripostigli del banco. Andava fiutando rovistando frugolando per tutto, con quel suo passettino bilenco e scricchiante, con quel suo collo a vite, con quelle sue mani di rematico dalle nocca levigate come l’avorio d’una stecca da tagliare i fogli, con quella sua guardatura biava or di sotto or di sopra le lenti, con quel suo ombrelluccio color pulce ch’egli pareva tenere in pregio come fosse il serviziale dell’abate Anton Maria Salvini, sal mi sia. Un giorno che mi tirò da parte per confidarmi a bassa voce d’essere in traccia dell’Ariosto con le figure di Gerolamo Porro e del rarissimo Pecorone stampato da Gio. Antonio degli Antonii, notai che inchinandosi verso me alzava un piede e lo teneva così in aria alquanto. Da allora non seppi imaginarlo se non in quell’atto, su le soglie dei librai, immobile nel presentimento del testo raro, come il can da fermo dinanzi alla beccaccia; e, nell’imagine, non tenevo più conto delle lenti e dell’ombrello.
Non ammetteva si potesse attribuire una qualche importanza ad altri libri che non fossero gli allegati dal Vocabolario. Credo che le più famose Biblioteche del mondo avrebber potuto ardere senza suo rammarico, purché salva rimanesse la raccolta dell’Academia o quella del Tortoli venerato arciconsolo. Se gli accadeva di dover rimettere nel suo luogo un libro vano ch’egli trovasse su la tavola, non mancava mai di capovolgerlo in segno di condanna. Quando con un inimitabile suono diceva “e’ Citati„, tre secoli di stacciature biancheggiavano in lui; e veramente pareva ch’egli avesse in corpo un burattello.
Non credo che alcun mio libro gli fosse familiare. Tuttavia mi dimostrava una qualche ammirazione per non conoscere pur tra i virtuosissimi Academici un linguaio più ghiotto di me.
Certi giorni, in fatti, quando era per mantenere qualche promessa di cosa eccellente o esquisita, lo aspettavo non senza impazienza. Sorridevo in me di quel sorriso indistinto che dentro mi nasce quando la grazia della mia vita converte una nota inclinazione dell’intelletto in un sentimento di novità inebriante. Quale uomo ignaro mostrava all’ospite frutti di così duro guscio che la sua gente non sapeva usarli se non in luogo di selci per le lapidazioni? Or questi li apriva facile con la lieve unghia, conoscendo e il punto e il modo; e la polpa virginea gli era un nutrimento quasi divino. Anche si racconta di non so qual tribù che non sapeva usare delle sue donne floride e chiuse, palpandole e scrutandole invano. Or avvenne che l’ospite improvviso, nell’ombra della tenda, rivelasse a taluna il piacere e la rendesse ferace; onde tutte poi si partirono in traccia del giacitore.
La stanza dei libri dava sul lastrico d’una corticella inverdita dallo scolo delle docce; dove piante dalla fronda lustra, magnolie e camelie, ingrassavano nel terriccio dei larghi vasi di terra invetriati. Un delicatissimo cancellino, del secolo di Giannozzo Manetti, ne’ cui scompartimenti il ferraio aveva imitato a martello la figura del ragnatelo, riferiva a sé tutte le cose naturali con la seduzione dell’arte. Per la sua stessa tenuità pareva rendere più difficile l’adito e affinare il colore verdiccio della luce sino alla chiarezza di quella specie di berillo onde si dice fossero fatti gli occhi della Minerva nel tempio di Vulcano ad Atene.
Se ne veniva col fardelletto il mio procacciante; e si soffermava sul limitare alzando un pochettino quel piede. Tentando io di togliergli il tesoro per impazienza, egli si schermiva aggirandosi, secondo il Testo, “al modo della trottola, ovvero ancóra dello stornello, ovvero palèo„. Per aizzarlo gli dicevo: “Sa Ella, cruscone, che ho messo la mano su La leggenda e vita e penitenzia del grolioso Santo Guiglielmo d’Oringa eremita molto divoto e servo di Dio, il quale fu de’ Reali di Francia e duca de Pitavia?„ Egli stava un poco ad ascoltare, con le ciglia inarcate sopra agli occhiali di traverso; poi spallucciava e ghignava rispondendo: “Non è de’ Citati„. Seguitavo io a punzecchiarlo: “Come? come? Ed ecco qua anco il Trattato delle Quattro Stagioni di Messer Aldobrandino da Siena volgarizzato da Zucchero Bencivenni„. Egli levava l’una delle mani libera, con l’indice teso, negando: “Non è de’ Citati. La non si confonda. La guardi quie„. Con infinita cautela disfaceva il nodo delle quattro cocche d’una gran pezzuola rossigna che doveva esser la pezzuola da sudore di Carlo Dati; e metteva fuori un opuscolo impresso su quella bella carta forte del Magheri che al tasto suona, o un volume giuntino che la vacchetta di Moscovia non aveva salvato dalle tarme, o un di quei Testi in carta turchina stampati all’insegna di Dante e distinti con l’impresa del Fruitone, “Ci si bei„ diceva “ci si bei.„
E la fragranza del beato Trecento si diffondeva fra gli scaffali. Ed egli mi spiava di sotto alle lenti, mentre io riscontravo i capitoli, mentre qua e là prelibavo le pagine; oppure si sedeva, si toglieva gli occhiali di sul naso e si metteva a nettarli con un de’ capi di quella pezzuola, restando fisso ma con l’orecchio teso, quasi ad ascoltare il battito del mio cervello. Ed era come se si fosse tolta una mascheretta; tanto quel suo viso, immiserito dal rinchiuso, dallo stantìo, e dal regime del lesso academico, si faceva più nobile e più dolce, da poterlo assomigliare con qualche indulgenza a una figura della vecchiezza di Giotto, a una di quelle che nella cappella dei Bardi o dei Peruzzi sopravvivono pur sì maltrattate. E mi piaceva allora, d’attribuirgli il candore di Ricordano e d’assegnarlo alla generazione di quei semplici i quali tenevan per fede che la reina Belisea, moglie di Catilina, andasse alla messa nella calonaca di Fiesole.
Credeva quel semplice del farinaiuolo che l’officio mio fosse simile a quello dell’assaggiatore il quale scioglie la bocca del sacchetto, soppesa nella sua palma il fior della farina, lo fiuta, lo lecca, lo gusta, lo trova ottimo e gli mette il prezzo! Io dentro di me in quel tempo, o amico, ero giunto al sommo dell’arte magica, in ogni ora e su ogni caso o creatura pronto sempre a fare incantamento nascosto. Contenevo in me la mia poesia, corrente come il mio sangue, affinché non mi divenisse pel metro una forma compiuta e duratura ma mi fosse nei miei giorni una forza della mia vita libera, mi fosse il ritmo stesso della mia libertà e della mia intrepidezza. In ogni occasione tutto avventurare era non soltanto nel mio istinto ma nel mio proposito. Distruggermi e accrescermi a vicenda, talvolta quasi nel tempo medesimo, talvolta nel medesimo atto, era il mio gioco assiduo. Avevo ottenuto nel mio mondo interiore una sì maravigliosa instabilità che non soltanto il più lieve urto ma il soffio più lieve bastava a smuovere e scrollare immensi strati di coscienza, di cultura e di sogno con rivolgimenti mutamenti scioglimenti pari a quelli delle più rapide catastrofi. Professavo e interpretavo per me nel più alto senso quell’eresia che Valentino tentò di propagare nell’isola di Cipri: “Tutto è lecito a chi una volta ha ricevuto la grazia„. La grazia mi si manifestava in un succedersi quasi ininterrotto di epifanie. Ogni pensiero, ogni sentimento rilevati prendevano il carattere delle apparizioni. Certe sere, spiavo dentro me il levarsi della stella Espero, che doveva rendermi visibile il mio cuore. Certe notti, tutto in me era musica; e, come nell’orchestra il motivo passa per le famiglie degli strumenti sviluppandosi e trasformandosi, così mi pareva udir passare il mio tema fugace nell’infinita sinfonia dei secoli e delle genti. Il presagio della possibilità d’una vita divina, dopo tante vite da me vissute e distrutte, mi faceva ansare come su la soglia della morte. Io potevo forse volgere al mio significato umano la parola terribile: “Dai morti giacenti sul mio cammino, riconoscerete che io sono il signore„. Anche, negli alti silenzii fermi che sono i meriggi dello spirito, intendevo l’altra parola: “Non alia sed haec vita sempiterna. Questa tua vita è la tua vita eterna„. Poi sopravveniva l’allegrezza temeraria, quando il poeta gioca a dadi col demone e non sa s’egli creda più nel suo corpo o più nella sua anima, ché l’una è la verità o la menzogna dell’altro. Poi ritrovavo il mio buio; e della mia coscienza non mi rimaneva se non un aspetto misterioso e pauroso, simile a quei muri dei cimiteri monumentali, onde si veggono sopravvanzare soltanto le teste bianche delle statue funerarie.
O amatore di libri, un certo mio modo di amarli e di possederli ti sarà sempre sconosciuto; né io saprò mai rendertelo chiaro. Niun d’essi viveva intiero; ma in tutti era un punto sensibile che sapevo cercare e premere, con la stessa perizia di quel medico di piaghe che in un capitoletto di questa Vita sùbito ritrova l’osso nel collo di fra Moriale. Allora, per virtù d’intenzione, come già gli asceti seppero ottenere le stimmate, quel punto sensibile si trasponeva in me. E, come da una fitta in un fianco o all’apice d’una scapula nasce una febbre che invade tutto il corpo ed esalta il tono di tutto il sangue, da quello nasceva una potenza impreveduta operante in tutti i cerchi del mio spirito con un tumulto creatore. E forse quella rapida e splendida imagine dell’opera somigliava a quella che lo scrittore aveva avuta prima di comporla. E, dopo, come oggi, pensavo esser vero che l’arte di scrivere libri non fu ancóra scoperta. E consideravo gran parte de’ miei come quei nemici mortali che Ferdinando d’Aragona si piaceva di tener presso di sé bene imbalsamati a guisa di mummie, dopo averli fatti morire con le invenzioni più crudeli.