“O Filotete, figliuolo di Pean, tu non saresti nell’isola di Lennos, col nostro peccato!„
Coglievo con l’occhio scorrente a piè d’una pagina questo grido e, non so perché, il cuore mi balzava come se a un tratto avessi udito gridare una voce eroica sul mio capo: mentre l’uomo dabbene con le sue dita nocchiute radunava le schede.
Ed ecco s’alzava un compianto sublime. “O Cillaro, la tua bellezza non ricomperò te combattente!„
Ed ecco, più oltre, qualche parola s’adeguava al limite del silenzio. “La figliuola di Saturno aperse una porta, e non fece stridore volgendosi il ganghero„.
E alcun’altra, ecco, si scioglieva al confine dell’aria. “Finalmente, piagnendo si disfece in fino alle tenere midolle; e a poco a poco diventò vana ne’ lievi venti.„
E in queste la voce della profonda saggezza pareva salire come per una vena tortuosa e alfine compirsi in una sentenza tonante. “Tutte le cose si mutano: niuna cosa muore. Lo spirito erra, e non muore in alcuno tempo. E sì come l’agevole cera si segna in nuove figure e non sta ferma com’ella era, e non osserva quelle medesime forme, ma pure ella è una medesima; così ammaestro io che l’anima è sempre una medesima, ma ch’ella va in isvariate figure. Adunque, acciò che la pietà non sia vinta dal desiderio del ventre, non vogliate turbare l’anime, che sono vostre parenti, con crudele morte: e ’l sangue non sia notricato col sangue. E però ch’io tratto di grande materia, e ho date le vele piene a’ venti; niuna cosa è in tutto il mondo che stia ferma.„
Ma altrove, in un dialogo più breve del vagito e del rantolo, tra un savio e un eroe entrambi innominati, la crudele morte era impeto di libertà e certezza di vittoria. “Onde venisti? — Del ventre. — Come ci venisti? — Piagnendo e nudo. — Dove se’? — Nel mondo, — Perché ci se’? — Per combattere, — Ove vai? — Alla morte. — Perché vai? — A vincere alfine.„
Forse il dabben uomo, in punto di sonnecchiare per la fatica dell’erta vecchia di Settignano, traudiva nel sopore i sussulti e gli intoppi del Frullone; ché di tratto in tratto si riscoteva. Io udivo nel silenzio il rombo dell’Arno gonfio alle Mulina, lo scalpitar d’un cavallo, l’uggiolar d’un cane, lo strillo d’un bimbo ai campi, il rodìo prossimo d’un tarlo, il polso del mio vigore; e divinavo, di là dalla parola impressa, i rapporti musicali della malinconia. Mezzo insonnito, col labbro di sotto un poco penzoloni, imbambolendo come se si ritrovasse su le ginocchia della reina Belisea, il cruscaio biasciava a quando a quando: “Ci si bei, ci si bei„.
Or come il divoto del Santo Venerando Fiorentino Pastore Zanobi, quasi fosse untato col zibetto del Demonio, poté egli fare la fine di Messer Pietro divoto del suo Monichio e divotissimo della Zaffetta, della Nanna, della Pippa, della Riccia o di Matrema-non-vuole?