Un giorno mi giunse più saltabellante del consueto, con gli occhi vispi, con i pomelli rossi, con un ventoso zimarrino tanè tutto grinze e svolazzi, con un non so che d’insolitamente arzillo nel passo e nei modi, come se venisse dall’annuale Stravizzo academico, mezzo cotticcio e invaso dalle veneri della Cicalata. “Che novità?„ Mi rispose con uno schiocco di lingua così sguaiato che me ne scandolezzai. Mi portava una lauta ghiottornia: il Viaggio al Monte Sinai di Simone Sigoli fiorentino del popolo di San Nicolò Oltrarno, un testo del Trecento, e de’ Citati.
La lettura del Milione m’aveva già empito d’un diletto e d’una maraviglia non dissimili a quelli che provai sfogliando per la prima volta la raccolta dei disegni di Pisanello e di Iacopo Bellini, lassù, nella stanza del Conservatore, entro il vano d’una finestra a’ cui vetri fumigava la nebbia della Senna grassa di cloache. Avevo cercato avidamente altri Viaggi d’oltremare, quello di Frate Nicolao da Poggibonizzi, quel di Frate Riccoldo da Monte di Croce, quel del Beato Oderico da Pordenone, e quelli del Frescobaldi, del Gucci, di Ser Mariano, prose più saporite assai che le “pomora di paradiso„ ivi laudate,
Apersi il volume come si apre una mela rosa, misi la stecca nelle pagine intonse come il coltello negli spicchi. “Al nome di Dio amen. Qui appresso faremo menzione delle nobiltà delle Terre d’oltremare quando si va al Santo Sepolcro di Cristo e de’ loro costumi e modi, e appresso quante giornate si fa da una Terra a un’altra e quello si truova in quel mezzo; e tutte le dette cose e condizioni e modi, personalmente le voglio dire io Simone Sigoli negli anni Domini 1384, quando andai a Santa Caterina al Monte Sinai e al Santo Sepolcro e nell’altre sante luogora con questa compagnia cioè Lionardo di Niccolò Frescobaldi, e Andrea di M, Francesco Rinuccini, e Giorgio di Guccio di Dino Gucci, Bartolommeo di Castel Focognano e Antonio di Pagolo Mei lanaiuolo, e Santi del Ricco vinattiere con sei nostri famigli. Partimoci di Firenze a dì 13 d’Agosto....„
Il cruscaio s’era seduto, non senza una certa inconvenienza; e mi teneva mente, con i pollici in quelle incavature del panciotto che stanno sotto le ascelle. Io scorrevo le pagine con una curiosità simigliante alla “disordinata vaghezza„ che i Padri tacciano di peccato; e mi soffermavo a ogni tratto, ritenuto dai capiversi come da quei freschi tralci che ti s’avvolgono quando entri nel vitalbaio. Mosso dalla delizia, leggevo qua e là ad alta voce. “Poi la sera quando appare il cielo stellato ciascuno comincia a mangiare carne e ogni cosa che a loro piace e manucano tutta la notte. E ciascuno prete d’ogni popolo va la notte tre volte con uno tamburello sonando per lo popolo suo, chiamando i suoi popolani per nome, dicendo: Manucate e non dormite, e fate la tal cosa scolpitamente, cioè di lussuria, acciocché la legge di Macometto si accresca....„
A questo punto udii un suono di natura indistinta, che in sul primo mi fece pensare a Barbariccia in Malebolge, poi al primo cigolare di certi congegni vocali nascosti nel corpo di certi autòmati e messi in movimento dalla chiave, poi a un organetto a manovella sconquassato dove qualche canna strida, qualche altra soffii, qualche altra sibili. Ed era uno scoppio di risa! E, come il cruscaio si sforzava di contenere la non decente ilarità, il suo stomaco ne pareva intimpanito.
“Ora racconteremo della giraffa che bestia ella è„ io lessi, contraffacendo ad arte la mia voce, per una bizzarria subitanea di mettermi al gioco, “La giraffa è fatta quasi come lo struzzolo, salvo che lo ’mbusto suo non ha penne anzi ha lana....„
Non avevo più dinanzi a me l’uomo del Buratto ma, sia venia al bisticcio, un vero burattino di cenci e di stecchi agevolissimo i cui fili erano tutti nella mia mano. Lo spiritello della stravaganza, quel “mazzamurello„ che ebbe il suo nascondiglio nella carbonaia della mia casa paterna e che fin dall’infanzia m’ha in balìa, era apparito e incominciava a scapricciarsi come suole. Il sentimento della realtà m’abbandonava, una vita fantastica palpitando fra quelle tre pareti fitte di libri che sembravano a poco a poco inarcare e gonfiare i dossi come i gatti quando fanno le fusa. Ma, non so perché, udendo quello strano riso meccanico che pareva dislogare e disarticolare l’armatura del fantoccio su la seggiola scricchiolante, ridendo io medesimo, ben sapevo d’avere dinanzi a me la mia vittima prefissa.
“Ancora diremo del leofante che bestia ella è e come egli è fatto.„
Quel pio Simone misurava tutto a braccia, come tutto fosse drappi di seta o pannilani: villate, castella, granai, giardini, torri tonde, gambe code corna di animali, cappelli bàtoli maniche barbe di saraini, cadì turcimanni e preti di moschette: cento braccia, braccia due e mezzo, braccia tre, e due bisanti d’oro al braccio, e il bisanto fiorini uno d’oro e un quarto, e la carne di castrone danari sedici la libbra di nostra moneta, e le quaglie vive denari sei l’una di nostra moneta, e anco pelate dal pollaiuolo. La sua beata goffaggine mi rammentava quella dei miei cucciolotti, più graziosa della grazia stessa. Il riso irrompendo dai precordii mi travolgeva le sillabe nella lettura. Con la coda dell’occhio sorvegliavo il mazzamurello dal muso di furetto, temendo ch’egli fosse per trascinarmi in una delle sue gighe vertiginose.
“Del nìffolo gli esce uno budello quasi fatto a modo d’uno corno da sonare, e quando vuole egli il dilunga bene otto braccia e più quantunque egli vuole; e con questo budello piglia l’acqua che vuole bere; et io il vidi co’ miei occhi che mise questo budello in una bigoncia, e in uno punto con questo budello trasse più d’uno barile d’acqua in meno che tu non avresti bevuto un mezzo bicchiere di vino; e con questo budello piglia ogni cibo e metteselo in bocca. E quando vanno per cammino e trovassono alberi, non è sì grosso albero ovvero ramo, che se il leofante vi gitta suso il budello, incontanente lo schianta e tiralo a terra, tant’è la forza ch’egli ha in questo budello: e se niuno gli s’appressasse per modo ch’egli potesse aggiugnere con questo budello, darebbegli con esso a traverso e gitterebbelo in alto ben venti braccia e più, e poi il riceve sulle sanne, e si è morto„.