Il cruscaio, sollevato di su la seggiola e agitato da una ilarità irresistibile da quanto il ballo di San Vito, si sbatteva qua e là fra tavola e scaffali, ora sfondando nell’urto una fila di vocabolarii, ora rovesciando una cassetta di schede, ora roteando e rimbalzando dalla spera celeste al mappamondo terrestre, senza poter più fermare il calcagno, senza poter più serrare le mascelle, mezzo uomo, mezzo autòmato, convulsione umana in carcassa di legno, stridore meccanico in ossatura viva, stravagantissima fra tutte le stravaganze da me imaginate mai. E il mazzamurello ruzzante e beffardo, aggraffate le falde dello zimarrino, me lo spingeva addosso o lo tirava nel canto con tanta facilità che io lo vedevo a vicenda appressarsi e allontanarsi indefinitamente come le figure labili dei sogni. E, appressandosi, il fantoccio levava il suo braccio di stoppa fin sotto al mio naso e barbugliava: “Con questo budello....„ E poi si divincolava e quasi pareva spezzarsi in due, a una nuova stretta di riso che lo pigliava pe’ fianchi, gli torceva il bellìco, gli chiudeva lo stomaco. “Se vi gitta suso il budello....„
Come schiantato, si riabbandonò di colpo su la seggiola rovesciandosi in dietro; rimase per un attimo in bilico, con quel gorgoglio arido nella gola aperta. Un golino del mazzamurello gli diede il tracollo. Seguì egli nella caduta la spalliera greve, levando all’aria per l’ultima volta il piede cionco; squittì, strise; batté la capata nel duro, non si mosse più. “E si è morto.„
Or a chi dunque ero io per confidare i miei quaderni da mettere nella tramoggia? Di quegli spiriti ilari che, come vuole Galeno, “o per titillazione o per allegrezza„ diffondendosi riempiono il cervello e storcono la bocca, ahimè, non mi rimaneva se non una inquietudine simile al rimorso. Il lavoro mi diveniva increscioso e vano. Avevo lasciato in mezzo alla vigna impantanata, là fuori di Porta San Lorenzo, il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, con la pappagorgia segata dalla sguerruccia di Sgariglia beccaio, supino in una pozza d’acqua piovana e di sangue imbelle. Or anche a me, come al signore di Genazzano, non riesciva di sfangare. Udivo la pialla di Maestro Annibale, la martellina del Romanelli, il martello del Contri, lo scarpello del Betti, suoni discreti dell’opera diligente; e io strascinavo la penna, parendomi di non più sapere dove si fosse “la bontà e virtù della locutione„, simile a uno scolare svogliato. E sospiravo la ben posta Domasco del buon Simone Sigoli, dove mi sarebbe stato dolce vivere da calligrafo copista, tagliando col temperino affilato il calamo de’ paduli di Bambilonia al modo del rostro dell’aquila, polendo con l’ovo di cristallo la carta di Samarcanda tinta in gruogo, facendo da me il mio inchiostro con la filiggine intrisa di gomma e di miele, avendo meco per ogni mio bene la mia scatola miniata di dentro e di fuori a custodia del calamaio di porcellana, dell’ampolla d’acqua, del crivelletto per la sabbia azzurra, del vasetto per la colla di farina. E avrei seguita la scuola dei Sette Maestri d’Asia Minore, esperto di molte scritture, e anche di scrivere con l’unghia come Nizham-eddin Bokhari; e domandato avrei mille piastre per pagina e una cogna d’acqua rosa. “Di fuori di Domasco ha di bellissimi giardini ben pomati d’ogni ragione frutti che tu sai divisare„, mi diceva Simone “e quando sono fronzuti è tanta la quantità, che ’l sole non vi può; e per questo gli uomini e le donne vi pigliano grandissimi piaceri. Ancora, ne’ detti giardini ha grandissima quantità di rose per tale che vi si fa l’anno molte migliaia di cogna d’acqua rosa, ed è della buona del mondo; e veramente egli è un gran piacere a vedere quella pianura con quelli bellissimi giardini.„
Ignava era la luce autunnale che ingiallivano i vetri tondi ne’ piombi. Di tratto in tratto, essendo in amore Pinchebella dagli occhi citrini, tutte le mute ululavano insieme di spasimo come i cinquemila cani di Bernabò Visconti. Un sol pensiero di bellezza lontana bastava perché il cervello costretto mi si sfaldasse come galestro. Non rifioriva in quel tempo il sanguine per i boschi e per le siepi della Versilia? E anche in un luogo dell’Apennino pistoiese ch’io so, lungo la fiumana che muove le cartiere; e anche laggiù, tra Ravi e Tirli, nella Maremma dove in quel tempo cominciavano certo ad arrivare le prime greggi, e i cinghiali abbandonavano i piani per rifugiarsi nei forteti, e tutti i laschi biancicavano di brina, e la beccaccia frullava d’improvviso uscendo dai capannoni di roghi, dai macchioni di sondro e di mortella, dalle felci infoltite sotto le sughere. Che avrei dato per ricamminare nella viottola di sabbia, a Bocca d’Arno, stretta tra ciuffi d’erbe e cannucce pieghevoli, quasi rosea, come una scriminatura!
Nulla è tristo quanto questi tedii e disgusti inattesi. La materia ingrata si vendicava contro il rigido artiere. Un flutto errante di poesia pareva a un tratto cancellare tutti i miei rilievi. Quasi iroso, opponevo la resistenza dell’arte volontaria. Per ciò, amico, tu troverai nella Vita di Cola più d’una locuzione risentita e netta come la spica di Metaponto nella moneta incusa.
Ti sovviene di quella mia cupa stanza da studio, attigua alla biblioteca? Aveva l’aspetto d’una sacrestia; somigliava, benché tanto minore, nella pàtina dei legni e nel sentimento del silenzio a quella sacrestia di San Giovanni in Parma, che m’è sì cara. Un’alta spalliera di noce ricorreva intorno, con le sue panche da sedere e con le sue tavole lunghe occupate dai leggìi. Un solenne leggìo da coro era nel mezzo; e due altri, d’altra forma, erano addossati a una parete, i quali provenivano da Santa Maria Novella; e ognuno reggeva, secondo la sua grandezza, un Antifonario, un Breviario, un Rituale, un Messale o un Ufiziòlo. E, nelle pagine aperte, le quattro linee parallele in rubrica tagliate dai neumi mi ricordavano di continuo che, dov’è l’arte, quivi è il Canto, e che questo mondo non è se non il mondo della Forma misurata.
Or dov’è, or a chi serve e a quale uso, quella semplice e massiccia tavola francescana trovata nel refettorio d’un monastero perugino? E quella gentile scrivania, anche monacale, ad uso di scrivere in piedi, che pareva fatta alla mia statura, con tutte le sue comodità per ricevere il calamaio, le penne, la lampada e ogni altro arnese, con i suoi ripostigli per riporvi le carte, gli inchiostri, i libri utili e ogni altra cosa gelosa? Quivi tutta in piedi ardentemente fu scritta la Laus Vitae, con una lena ininterrotta, mentre su l’altra tavola era disteso il ròtolo che recava la figurazione della Sistina, simile per me a quel medesimo che svolge la Sibilla Delfica, simile al
ròtolo santo
che come vela quadra