s’inarca alla banda contraria.
E là io composi L’Otre, con sì fermo polso: e là, con mano sì casta, le sette ballate del Fanciullo, e l’ode Lungo l’Affrico, e quel trasparente Ulivo, e quella fresca Sera fiesolana cinta tre volte col salce come “il fien che odora„.
Non si fenderà un giorno e non renderà sangue o succhio, quel mio buon legname, se tenuto è schiavo da qualche giudìo? E per quante crazie venduto fu dai miei scorticatori quel busto del Machiavelli dinanzi a cui avevo posto per offerta il più difficile dei miei freni, forse nell’intimo pregio non troppo dispàri con l’altro consecrato alla Dea cèsia da Cimone, “per acquistare la cavalleria spirituale„?
Debbo, o amico, a tal presenza l’aver descritto con sì strenua sobrietà la fine di Fra Moriale. Il discorso che il Priore tiene ai fratelli per confortarli e per accomiatarli prima d’esser condotto al supplizio, ora che lo rileggo e posso giudicarlo come cosa a me straniera, mi piace quanto l’orazion piccola del Conte di Poppi, abbandonato da Dio e dagli uomini, disceso sopra il ponte di Arno al conspetto di Neri Capponi. “Io morrò, e di mia morte non dubito. Mura di città non istimai se non quando erano da prendere; così la vita mia se non per dovermela conquistare ogni giorno. Ora penso che meglio m’è non avere potuto ricomperarla in contante, ché sempre di poi l’avrei avuta in dispregio come cosa rivendutami da un matto villano....„ È ben questa una maschia parola, se altra mai.
Ma spensi alfine il figlio del taverniere, per il fendente di Treio notaro, e lo diedi al rogo ignominioso nel campo dell’Austa.
Ero sospeso in quella delusa tristezza che sempre accompagna il termine d’ogni mia fatica, quando riconobbi il passo del cruscaio claudicante sul lastrico della corticella, e poco dopo udii picchiare con le nocca alla vetrata della libreria. Balzai in piedi, titubai per qualche attimo, accorsi: travidi pe’ vetri il zimarrino tanè floscio come se fosse appeso a una conocchia: apersi risoluto.
Egli entrò, si soffermò alzando un poco quel piede; e mi guardò di sopra alle lenti sbieche con due occhi che volgendosi in su avevan l’aria di due bocce di porcellana bilicate. Più che mai mi parve un fantoccio fatto di panni e di stecchi. Sbirciai la cimasa dello scaffale per vedere se il mio mazzamurello non si fosse arrampicato lassù a tirare i fili. Non so che vita fantastica ripalpitò fra quelle tre pareti fitte di libri che sembravan di nuovo inarcare e gonfiare i dossi come i gatti quando fanno le fusa.
“Mi manda l’Arciconsolo„ scilinguò “caso mai La me la volesse dare per la stacciatura.„
Su l’ultima sillaba la bazza restò aderente al pomo d’Adamo, come se la mascella dislogata non si potesse più chiudere; e la lingua, carnosa come quella d’un pappagallo, s’agitò senza suono.