Era per ovunque diffuso uno spirito di vita, fatto d'aspettazione appassionata e di contenuto ardore; che mi stupiva per la sua veemenza ma che pur non mi sembrava nuovo poiché io l'aveva già trovato raccolto in qualche zona d'ombra, sotto l'immobilità quasi mortale dell'Estate, e l'aveva anche sentito fra lo strano odor febrile dell'acqua vibrar quivi a quando a quando come un polso misterioso. «Così, veramente,» io pensava «questa pura Città d'arte aspira a una suprema condizione di bellezza, che è per lei un annuale ritorno come per la selva il dar fiori. Ella tende a rivelar sé medesima in una piena armonia quasi che sempre ella porti in sé possente e consapevole quella volontà di perfezione da cui nacque e si formò nei secoli come una creatura divina. Sotto l'immobile fuoco dei cieli estivi, ella pareva senza palpito e senza respiro, morta nelle sue verdi acque; ma non m'ingannò il mio sentimento quando io la indovinai travagliata in segreto da uno spirito di vita bastevole a rinnovare il più alto degli antichi prodigi.»

Questo io pensava, assistendo allo spettacolo incomparabile che per un dono di amore e di poesia io poteva contemplare con occhi attentissimi la cui vista mi si mutava in visione profonda e continua... Ma con qual virtù potrò io mai comunicare a chi m'ascolta questa mia visione di bellezza e di gioia? Non v'è aurora e non v'è tramonto che valgano una simile ora di luce su le pietre e su le acque. Né sùbito apparire di donna amata in foresta di primavera è inebriante così come quella impreveduta rivelazione diurna della Città eroica e voluttuosa che portò e soffocò nelle sue braccia di marmo il più ricco sogno dell'anima latina.

Io sono certo che in tale aspetto ella apparve a Paolo mentre colui cercava dentro di sé l'imagine della Regina trionfale. Ah io sono certo ch'egli ne tremò nell'intime vene e piegò i ginocchi, in atto di chi adora percosso e abbacinato dal miracolo. E quando volle dipingerla nel Palazzo del Doge per manifestare agli uomini la sua meraviglia, egli — il prodigo artefice che parve aver raccolto in sé tutte le imaginazioni dei satrapi più sfrenate, il poeta magnifico ch'ebbe l'anima simile a quel fiume lidio dagli Elleni armoniosi nomato Crisorroa, fuor de' cui gorghi auriferi era sorta una dinastia di re carichi d'una opulenza inaudita — egli, il Veronese, profuse l'oro, le gemme, lo sciamito, la porpora, l'ermellino, tutte le sontuosità, ma non poté rappresentare il volto glorioso se non in un nimbo di ombra.

Sol per quell'ombra, bisogna levare al cielo il Veronese!

Tutto il mistero e tutto il fascino di Venezia sono in quell'ombra palpitante e fluida, breve e pure infinita, composta di cose viventi ma inconoscibili, dotata di virtù portentose come quella degli antri favoleggiati, dove le gemme hanno uno sguardo; e dove taluno poté trovare nel tempo medesimo, in una sensazione indicibilmente ambigua, la freschezza e l'ardore. Bisogna esaltare il Veronese per questo. Raffigurando in sembianze umane la Città dominatrice, egli seppe esprimerne lo spirito essenziale: che non è — in simbolo — se non una fiamma inestinguibile a traverso un velo d'acqua. E io so di taluno che, avendo lungamente immerso la sua anima in quella zona sublime, la ritrasse accresciuta d'una nova potenza e trattò indi con mani più ardenti la sua arte e la sua vita.


Ben tale fiamma io sentiva, in un pomeriggio recente, assorgere alla veemenza estrema e infondere nella bellezza di Venezia una forza d'espressione non mai veduta prima. Tutta la Città ai miei occhi si accendeva di desiderio e palpitava di ansia nelle sue mille cinture verdi, come l'amante che aspetta la sua ora di gioia. Ella tendeva le sue braccia marmoree verso il selvaggio Autunno di cui giungevale l'umido alito profumato dalla morte deliziosa delle campagne lontane. Ella spiava i vapori leggeri che sorgevano dal limite della laguna muta e parevano avvicinarlesi in aspetto di messaggi furtivi. Ella ascoltava intentissima nel silenzio da lei medesima generato i più tenui romori; e il soffio del vento fuggevole nei suoi orti rari aveva per lei un prolungamento musicale fuor delle chiostre. Una specie di stupore si raccoglieva intorno ai solinghi alberi prigionieri che trascolorivano splendendo come se conflagrassero. La foglia arida caduta su la pietra consunta della proda brillava come una cosa preziosa; in cima al muro ornato dai licheni biondi il frutto del melograno gonfio di maturità si fendeva subitamente come una bella bocca sforzata dall'impeto di un riso cordiale; una barca passava lenta e grande, colma di grappoli come il tino che sta per essere premuto, diffondendo su l'acqua ingombra d'alghe morte l'ebrietà aerea della vendemmia e la visione delle vigne solatie frequenti di giovinezze canore. Tutte le cose avevano una eloquenza profonda, come se un segno invisibile aderisse al loro aspetto visibile e per un divino privilegio élleno vivessero nella superiore verità dell'arte.

«Sicuramente dunque» io pensava «sicuramente è nella Città di pietra e d'acqua, come nello spirito di un artefice puro, una aspirazione spontanea e costante verso ideali armonie. Una specie di intelligenza ritmica e fittiva sembra elaborarne studiosamente le rappresentazioni, come per renderle conformi a un'idea e convergerle a un fine meditato. Sembra ch'ella possegga mani meravigliose per comporre le sue luci e le sue ombre in una continua opera di bellezza; e ch'ella sogni fornendo il suo lavoro e dal suo sogno medesimo — ove il molteplice retaggio dei secoli splende trasfigurato — ella tragga il tessuto d'allegorie inimitabile che la ricopre. E, poiché sola nel mondo la poesia è verità, quegli che sa contemplarla e attrarla in sé con le virtù del pensiero, quegli è presso a conoscere il segreto della vittoria su la vita.»

E l'ora s'approssimava: già quasi era imminente l'ora della Festa suprema. Uno straordinario lume propagavasi nei cieli dall'ultimo orizzonte, come se il selvaggio Sposo vi trascorresse con un carro di fuoco agitando il suo gonfalone purpureo. Generato dalla sua corsa il vento spirava carico di tutti gli odori terrestri; e all'aspettante, su l'acqua ove qua e là vaghe capellature marine fluttuavano, recava l'imagine dei rosai bianchi e compatti che si distruggevano a poco a poco come ammassi di neve contro i balaustri dei giardini inclinati verso la Brenta. L'imagine intera del paese lontano parevami rispecchiarsi nel cristallo dell'aria come per la meteora fallace dei deserti; e quell'aspetto di natura valeva a magnificare la rarità di quel sogno d'arte, poiché nessun fasto autunnale di verzieri e di boschi — nella memoria — era comparabile alle divine animazioni e trasfigurazioni dell'antica pietra.

«Veramente, non è per giungere un dio su la Città che gli si offre?» io chiedeva a me medesimo, sopraffatto dall'ansia e dal desiderio e dalla volontà di gioire che tutte le cose intorno a me esprimevano come invase da una febbre di passione infinita. Ed evocai l'artefice più possente perchè con le forme più fiere e con i colori più fulgidi mi raffigurasse quel giovine dio aspettato.