Alla fine si distese lunga sul letto, lasciò che tutta quella molle nevicata le scendesse sopra lentamente. Teneva gli occhi semichiusi per prolungare la dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva, si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume. La luce che entrava nella stanza era una di quelle pallide chiarità pomeridiane del mese di marzo, ove il sole ride modestamente estinguendosi come un indizio di aurora in un gran cielo albeggiante.
Camilla trovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio, con ne' capelli le spie.
— Oh, Signore Gesù! oh Signore Gesù! — mormorò tra i denti, congiungendo le mani, in atto di compassione amara.
La cristiana veniva dalla chiesa, dove aveva cantate le litanie per l'Annunciazione e aveva ascoltata la predica sul messaggio dell'Arcangelo all'ancella di Dio. Ecce ancilla Domini. L'eloquenza sonora del frate predicante l'aveva inebriata; le restavano ancora negli orecchi certe parole ammonitrici.
Orsola si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso, e stirava le membra.
— Ah! sei tu, Camilla? — disse ella un po' confusa da quella presenza.
— Sono io, sono io! Tu ti perderai, sciagurata, tu ti perderai — irruppe la devota, additando lo specchio sul letto. — Tu hai tra le mani lo strumento del demonio...
Ed eccitata dalla prima invettiva, ella seguitava, sollevava la voce, gittava le frasi ardenti della predica con grandi gesti nell'aria, incalzava nelle minacce dei castighi eterni, non si rivolgeva soltanto alla pericolante, assorgeva ad ammonire l'universo dei peccatori.
— Memento! Memento!
Orsola non intendeva più nulla, poichè tutta quella vociferazione l'aveva stordita.