Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:
— Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.
Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse gli increduli.
Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina.
Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità.
Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo le prese l'animo. — Che più fare! Che più dire!
III.
Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche con i ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
— Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte.