— V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté nnascónne.
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri, apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso gli occhi, gli angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
— Ohe, Mastre Pè, tu che ccazze fiè? — garrì Tulespre dei Passeri, un vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.
Si rivolse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi, disse con suon di benevolenza:
— Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'áutre. 'Nglutte, Peppe!
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi gli occhi maligni e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'áloe si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a rimbalzar, come perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
— Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè? — garrì di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. — Ohe, e queste mo che signifeche?
Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta; alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una tempesta di contumelie.