— Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettè la cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fáuze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatte male li cunde! Latre, bbuciarde, nasó, fijie de cane, fijie de puttane! A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato ancora morso dalla perversità dell'áloe, non poteva profferire parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno con la punta del piede poggiato in su' l tacco, scotendo per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:
— Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci si' fatte? Diece ducate?
I MARENGHI.
Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno, togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza sprezzante.
Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia turchiniccia, di mezzo a cui si intravedevano le facce varie dei bevitori e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una infermità ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate negli stivali fino ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l'amico degli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle sonnambule, dei domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma nel paese per carpire agli oziosi un quattrino. E c'erano le belle del Fiorentino: tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance tinte d'un color di mattone, gli occhi bestiali, la bocca flaccida e quasi paonazza come un fico troppo maturo.
Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato, con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace, piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre agli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una specie di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.
— Ohe, — gridò egli — l'Africana, una fujetta! — percotendo il tavolo con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.
L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.