— I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, píjiatele... — balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano dagli occhietti porcini.

— Mbé, — fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei — mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?

— Oh, Giuvanne... E coma facce pover'ammè?

— Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie.

— Oh, Giuvanne... I' tenghe pahure.

— Che pahure e nen pahure! — strillò Passacantando. — Mo ce venghe pure i'. 'Jame!

L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.

— Chiudème prime la porte — ella consigliò, con sommessione. Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte, illuminò la taverna d'un rossore sudicio; gli archi massicci si disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa; tutta l'architettura prese un'apparenza tetra.

— 'Jame! — ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava.