Ciro, come fu presso alla madia, s'arrestò per vincere il tremore; guardò il dormiente; poi, reggendo ambo le grucce con l'ascelle, si mise a sollevare il coperchio. La madia scricchiolava forte.
D'improvviso Luca diede un balzo, svegliandosi. Vide il fratello in quell'atto, e cominciò a gridargli contro, agitando le braccia, come un ossesso:
— Ah, ladro! Ah, ladro! Aiuto!
Ma il furore lo soffocava. Mentre il fratello, accecato dalla fame, chino su la madia, cercava con le mani tremanti un pezzo di pane, egli si gettò giù dal letto e gli corse sopra a impedirgli di prendere.
— Ladro! Ladro! — gridava, fuori di sè.
Fuori di sè, trasse il coperchio pesante sul collo di Ciro; che s'agitò come una vittima alla tagliuola, disperatamente. Resisteva Luca contro quelli sforzi, avendo perduto ogni coscienza della cosa, premendo con tutta la sua persona, quasi per decapitare il fratello. Il coperchio scricchiolava, penetrando nella viva carne della nuca, schiacciando le canne della gola, pestando le vene e i nervi. Penzolò dalla madia un corpo inerte, che più non dava alcun tratto. Allora, in conspetto dello storpio trucidato, uno sbigottimento pazzo invase l'animo del fratello.
Due o tre volte, barcollando, egli attraversò la stanza che i guizzi della candela empivano di paure; mise le mani su le coperte, le tirò a sè, ci si avvoltolò tutto, coprendosi anche la testa; poi si accovacciò sotto il letto. E nel silenzio i suoi denti stridevano, come fa una lima sul ferro.
MUNGIÀ.
In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un rapsodo cattolico che ha un nome di corsale barbaresco ed è cieco a simiglianza dell'antico Omero.
Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani le antifone, gli invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio per i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini di reverenza, tenendo gli strumenti dell'agricoltura. Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi nodosi, la cui pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con gli alberi le radici.