Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, dalle palpebre arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi, olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame, sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il grande vecchio dal pelame verdastro come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge Costantino di Corrópoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda. Altri giungono. Tutti gli iloti che hanno emigrato lungo il corso del fiume, dagli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.

Mungià canta allora con una varia ricerca di modi, tentando altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gli invade l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso ch'egli a pena ode.

Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine, Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa; mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando Lucicappelle, il Golpo di Càsoli e Quattòrece erano vivi.


Oh gloriosa paranzella di Mungià!

La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle inferiore della Pescara, una inclita fama.

Sonava la viola ad arco il Golpo di Càsoli, un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua. Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva agli orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.

Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come quelle dei pipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde dovessero escire novissimi suoni.

Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito della paranzella, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte, di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano agli orecchi feminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.

Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un funerale, un triduo, correva la paranzella di Mungià, desiderata, acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni. Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di gualdrappe, recava la soma. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame tintinnivano agli scotimenti dell'incedere; gli scanni, le tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe, oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e una conocchia, simbolo delle virtù familiari, eretta su 'l culmine, carica di lino, pareva contra il cielo azzurro una mazza d'oro.