E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò nei borghi della Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e alcuni vecchi dediti a piccole industrie.

Gli infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi. Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con parole di persuasione; bevve egli pel primo la metà del liquido; e, dopo, quasi tutti gli assistenti accostarono la bocca all'orlo del bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.

— Ma vedi, — esclamò il dottore, — abbiamo bevuto prima noi...

Anisafine si mise e ridere per beffa.

— Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene, — disse. E, poco dopo, morì.

Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii contro gli astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti.

Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d'uomini caritatevoli, furono in su 'l principio credute dal volgo un laboratorio di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico, andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:

— A me nen mi ci acchiappe!

La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa l'effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i mendicanti attendevano ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume si precipitarono per la porta; vollero anch'essi bere e mangiare.

Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti un castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su 'l mezzodì, si raccoglie intorno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichìo multicolore di cenci e si leva un mormorìo di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le figure già cognite. Notabile una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che ha una stupenda maschera di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su 'l cranio come un casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde, che par colmo di misteri; e resta in disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata.