— Lu fije de Sciore joca na mala carte.

— A nu ce vo fa' murì? Mbé, esse ha sbajate lu tembe, povere Sciurione...

— Addó le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale... Ma la paste nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li cane.

— Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha da venì chilu journe...

Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle contumelie contro gli uomini del Comune e contro i Governanti.

A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande paura funerea, insieme con l'umidità del fiume. Per le vie la gente si agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come provvedere. Per un natural fenomeno, il commovimento dell'animo si propagava al ventre.

Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e a battere i denti; si guardavano in volto l'un l'altro; si allontanavano a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte.

Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e l'inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare spalmassero carene allegramente.


Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico.