— Comare Camilla, comare Orsola, venite?
Orsola seguì la sorella, senza parlare, senza pensare. Durava fatica a ricordarsi: una specie di ebetudine le teneva ancora la memoria. Teodora le empiva gli orecchi del suo chiacchierio di femmina maldicente e petulante.
— Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita.
— Ah.
— Sapete, piglia Giovannino Speranza, quel rosso che tiene locanda alla Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdòmine.
— Ah.
— Sapete, comare; Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta a Francavilla. Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Gloria, nera, col naso a becco.... quella.
Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola. Camilla veniva un poco in dietro, a capo chino, senza badare ai peccati di mormorazione che la lingua della tessitrice commetteva contro il prossimo. Per le vie tutta la gente godeva l'aria; gruppi di donne passavano, in vesti di tela, con braccia nude sino al gómito.
— Comare, guardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo! Guardate Rosa Zazzetta, con un sergente avanti e uno dietro.... Ah, voi non sapete?
E qui una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci, susurrata quasi all'orecchio. Per obliare, Orsola si immerse nel pettegolezzo intieramente, con una specie di furia convulsa, non dando a sè stessa il tempo di ripensare, interrogando, eccitando Teodora alla chiacchiera, temendo gli intervalli di silenzio, riempiendoli con sussulti di riso. Ella aveva quasi un godimento amaro a sentire i vituperii degli altri.