Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche incatramate, simile ad una vastissima zattera galleggiante. La popolazione tumultuava giocondamente. Per la ressa, Turlendana con le sue bestie rimase fermo a mezzo il ponte. E il camello, enorme, sovrastante a tutte le teste, respirava contro il vento, movendo tardi il collo simile a un qualche favoloso serpente coperto di peli.
Poichè già nella curiosità degli accorsi s'era sparso il nome dell'animale, tutti, per un nativo amore degli schiamazzi e per una concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della stagione, tutti gridavano:
— Barbarà! Barbarà!
Al clamore plaudente, Turlendana, che stava stretto contro il petto del camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno.
Ma l'asina d'un tratto prese a ragliare con sì alte ed ingrate variazioni di voci e con tanta sospirevole passione che un'ilarità unanime corse il popolo. E le schiette risa plebee si propagavano da un capo all'altro del ponte, come uno scroscio di scaturigine cadente giù pe' i sassi d'una china.
Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso la folla, non conosciuto da alcuno.
Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento.
Prima chiese, accennando a Barbarà:
— È feroce?
Turlendana rispose che no, sorridendo.