— Be'! — riprese Binchi-Banche, rassicurato — ci sta la casa di Rosa Schiavona.

Ambedue volsero per la Pesceria e quindi per Sant'Agostino, seguiti dal popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli si affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e ammiravano le minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezii di Zavalì.

A un punto Barbarà, vedendo pendere da una loggia bassa un'erba mezzo secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il grido si propagò nelle logge prossime. La gente dalla via rideva forte, gridando come in carnovale dietro le maschere:

— Viva! Viva!

Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall'aria della primavera.

Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale, Binchi-Banche accennò di sostare.

— È qua — disse.

La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre, aveva le mura inferiori tutte segnate d'iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila di pipistrelli crocifissi ornava l'architrave; e una lanterna coperta di carta rossa pendeva sotto la finestra media.

Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga: dormivano mescolati i carrettieri di Letto Manoppello grandi e panciuti; gli zingari di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie; i fusari di Bucchianico; le femmine di Città Sant'Angelo venute a far pubblica professione d'impudicizia tra i soldati; gli zampognari di Atina; i montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani, i falsi mendicanti, i ladri, le fattucchiere.

Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche. Giustissima proteggitrice, Rosa Schiavona.