Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si allontanarono sotto la luna.

Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come una faccia canonicale. I luoghi intorno tacevano. Le case biancicavano in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della porta.

L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, tese la mano pianamente per accarezzare l'animale Ma l'animale, essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve.

Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare certe ossa. Il rumore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel silenzio.

Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti gli esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero?

Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava con maggior profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù famelica saliva fino alla luna.

Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava nell'animo vagamente, riprese il cammino con passi più spediti, di tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo.

Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte.

Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta.

Turlendana cominciò a fare: