TURLENDANA EBRO.
Quando egli bevve l'ultimo bicchiere, all'orologio del Comune stavano per iscoccare due ore dopo la mezzanotte.
Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata dal vino, come i tocchi squillarono nel silenzio della luna chiarissimi:
— Mannaggia! Ce ne vulemo i'?
Ciávola, quasi disteso sotto la panca, agitando di tratto in tratto le lunghe gambe corritrici, farneticava di cacce clandestine nelle bandite del marchese di Pescara, poichè il sapor selvatico della lepre gli risaliva su per la gola e il vento recava l'odor resinoso dei pini dalla boscaglia marittima.
Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi il cacciatore biondo, e facendo atto di levarsi:
— 'Jamo, Purié.
E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un cane levriere.
— 'Jamo; ca mo fanne lu passo — rispose, levando la mano verso l'alto quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione di uccelli.
Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli una contumelia.