Turlendana, stupefatto, si volse.

— Oh Turlendanaaaaa!

E Binchi-Banche apparve in compagnia di un finanziere, su 'l principio di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.

— Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo? — chiese Binchi-Banche avvicinandosi.

Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache, teneva le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una così strana espression di stupidezza e balbettava così miseramente che Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.

— Va, va — disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle e incamminandola verso la marina.

Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a distanza, ridendo e parlando a voce bassa.

Ora la verdura terminava e incominciavano la sabbie. Si udiva mormorare la maretta alla foce della Pescara.

In una specie di bassura arenosa, tra le dune, Turlendana si incontrò con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.

Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano.