Orsola non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da prima, tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul fiume e tutte quelle lunghe vene di odore marino correnti pe 'l fresco le avevano dato sollievo; poichè dinanzi a quello spettacolo di dolcezza i fantasmi vagheggiati dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le sommità del sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fu, súbito dopo, un tumulto confuso in cui ella udiva battere le arterie con un susurrìo assordante che parve dilatarsi e riempire tutta l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo. Il limite delle acque si confuse, per la vertigine; il fiume invase la strada; acque acque acque si spársero in torno. Poi, d'un tratto, uno scintillìo di bagliori si accese dentro gli occhi di lei, un tremolìo crescente di fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano, si allontanavano, e si fondevano e perdevano serpentinamente nell'ombra. In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariva, con una rapidità e una mutabilità di sogno. La vertigine cessò. Orsola riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido; continuò a camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno.
— Stanca, eh? comare; voi non siete abituata, si sa. Appoggiatevi a me, appoggiatevi — diceva Teodora. — La figlia di Donna Mentina Ussoria, quella più piccola, butterata, stava proprio innanzi alla bottega, sapete, su la piazzetta...
Erano alla caserma dei finanzieri. Grandi mucchi di carrùbe mandavano un odore forte come di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie d'ostriche scricchiolava sotto i passi. Due sciàbiche, presso la riva, facevano pesca d'anguille, in silenzio, con la luna propizia. Ma la sonorità del mare empiva di grandezza il silenzio. Annunziavano la foce gli ondeggiamenti del sale superanti il lieve fiore dell'acqua dolce.
— Torniamo in dietro, belle figliuole — disse Don Paolo, prendendo una carruba dal mucchio vicino.
Orsola si lasciava condurre. Ella durava fatica a rattenere l'ansia del respiro; poichè ora il suo stato, con una terribilità incalzante, le si ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti del sentimento suscitati dalla voluttà della notte lunare. Ella vedeva, nella fissazione del suo pensiero, la figura di Lindoro levarsi e vivere; si sentiva un'altra volta afferrare e palpare da quelle mani aspre, soffocare da quel fiato caldo di vino e di libidine, violare su i mattoni della stanza. Ma in quel momento, pensava, ella non aveva resistito, non aveva gridato, non aveva fatto nessun moto per opporsi; ella aveva soggiaciuto, senza forze, non distinguendo più nulla, non sentendo se non una gran gioia mista di dolore inondarle le fibre. Allora il ribrezzo e il languore si avvicendarono nella sua carne, agghiacciandola, affocandola. Inconsapevole, guardava innanzi a sè, pallida e con gli occhi ingranditi e più neri.
— Sentite come il vino canta! — disse Don Paolo, soffermandosi.
Nelle barche i marinai stavano distesi tra i cordami, in mezzo al fumo del tabacco di Dalmazia, e cantavano di femmine belle, in gran coro.
XVI.
Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva a Maria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna, rompevano il silenzio.
Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo.