Orsola si lasciò condurre senza poter più proferire una parola a traverso i denti serrati, livida, con la faccia stravolta. Non si riscosse se non dopo qualche tempo, per le domande che l'ospite le faceva. E allora, repentinamente, all'udire il nome di Spacone, si ricordò di tutto.

— Ah, dov'è Spacone? — chiese.

— È a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.

Orsola non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli.

— Che volete, donna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua io... — miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a parlare.

Orsola esitò un momento; poi disse tutto, a precipizio, tra i singulti, coprendosi la faccia.

— Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldi, donna santa — fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel bello appellativo per intercalare.

Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete d'argento. Poi aspettò, più calma.

La stanza era vasta, ma bassa. Le pareti, su cui qua e là il salnitro fioriva, apparivano scagliose e verdastre. Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili e di stromenti ingombravano le tavole. Era come un aspro santuario custodito da un semplicista monaco.

La moglie di Spacone, dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in silenzio. Era una femmina alta e ossuta, bianchissima in faccia, co 'l naso guasto, violetto come un fico, con i capelli rossi e lisci su le tempie, con due piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella fronte, nel dorso delle mani.