Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un'alata ebrietà canora. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento del miracolo, non aveva conoscenza di quel che in torno avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse, poichè le divote diminuivano la forza delle voci per ascoltare quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro onde esalavano i balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario, l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza consumarsi, lo stelo di Iesse che portava il più bello di tutti i fiori.

Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste di broccato d'argento e una rara collana di turchesi venuta dall'isola di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che «con la purità della vita si era resa degna dei doni celesti.»

Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi prodigi. L'inferma, quando si avvicinava il vespro, cadeva in uno stato di estasi con catalessia; donde sorgeva poi quasi con impeto. E in piedi, conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non era se non un miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che ora nella sua inconsapevolezza si riproducevano, frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s'innestavano alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce, ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero dell'ora, tutto concorreva a soggiogare gli animi delle astanti.

Gli effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica. Sul vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le monache facevano la cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica, i preludii vaghi dell'organo rapivano gli animi delle religiose in una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall'alto, dando un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione nell'inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno strumento. Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le braccia sul petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi d'un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre, ora quasi canora, quasi sempre incomprensibile.

Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci, con le membra rese inerti dagli spasimi articolari. Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava se non di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, sul petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini, di corone; parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti che stanno per morire.

Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nell'anima. La testuggine si perse tra i cespi dei timi.

Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama gli eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano di venerazione e di cure l'idiota.

Nell'estate del 1881 apparvero i segni della morte prossima. Consunto e piagato, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca.

La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono e s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori delle porte, e si raunò sul piano di San Rocco, temendo maggiori pericoli. Le monache, prese dal pànico, infransero la clausura; irruppero su la via, scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il popolo incolume.

Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono, poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane, giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie, nel frangente si accomunavano.