— Oh! Oh! che cosa! — esclamò, dopo essere stato un momento con lo sguardo fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un raggio. — Oh! Oh! che cosa! Oh!
E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno talora gli scimmioni prigionieri.
— Via, Don Giovannino, via! — diceva Rosa Catana, prendendolo pianamente per un braccio e tirandolo.
Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.
— Lascia tutto così! — raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo il capo su la sua sorte. Egli aveva gli occhi gonfi e rossi, a fior di testa, simili a quelli di certi cani imbastarditi. Il suo corpo rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate, di tanto in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: gli anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato della camicia a mezzo il petto.
Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto, mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi, continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza accorante.
— Servo suo, Don Giovanni! — disse Don Domenico Oliva passando e togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana. E, mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore, dopo poco ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso. Egli era un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e l'atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di Pescara lo chiamavano Culinterra.
— Servo suo!
Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poichè le risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano, al secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel saluto un'irrisione.
Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.