Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:

— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.

Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto per riceverla.

— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.

— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione, mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.

— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata come la più grande bellezza del Regno.

— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera d'arte, e conservata a meraviglia.

Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a me, e che la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno prezioso la vita delle mie imaginazioni.

— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.

Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio aspirarlo avanzai il capo nell'interno.