L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo la mia anima carica come una nube.

Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:

— Passa la Felicità.

Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.

— Passa la Felicità!

“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa de' miei istinti più profondi.

Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.

“Quali mani potrebbero arrestarla?„

Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel cavo della palma un calore vivifico?