Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio con lentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhi una bellezza indicatrice di cose profonde.
Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che, acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze. “Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava, considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali, scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole delle bestie di pietra, fino all'aurora.