Tali io imagino quelle che m'aspettavano nell'ora lucente.

Il primo fiato della primavera appena tiepido, che aveva toccato i culmini aridi delle rocce, blandiva le tempie delle vergini inquiete. Sul grande claustro fiorito di giunchiglie e di violette, le fontane ripetevano il comento melodioso che da secoli le acque fanno ai pensieri di voluttà e di saggezza espressi nei distici leonini delle dedicazioni. Su taluni alberi, su taluni arbusti le foglie tenui brillavano come inviluppate d'una gomma o d'una cera diafana. Alle cose antichissime e immobili nel tempo, che soltanto potevano consumarsi, comunicavano una indefinita mollezza le cose che potevano rinnovellare.

“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„

Divenute rivali in segreto dinnanzi all'offerta ingannevole della vita apparente le tre sorelle componevano la loro attitudine secondo il ritmo interiore della lor bellezza nativa già dal tempo minacciata, che forse soltanto in quel giorno esse avevano compreso nel suo senso verace, come l'infermo ode il suono insolito del sangue riempire l'orecchio premuto su l'origliere e comprende per la prima volta la musica portentosa che regge la sua sostanza peritura.

Ma forse quel ritmo in loro non aveva parole.


Sembra, tuttavia, che in me oggi sorgano distinte le parole di quel ritmo secondando le pure linee delle imagini ideali.

“Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire„ dice Massimilla silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, “Io non ho il potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta quanta, divenire il possesso perfetto e perpetuo di un dominatore.

Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi appena un sorriso leggero.

Quando un profumo m'involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno, sembrandomi che l'aroma e l'accordo della mia vita tendano a quella medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l'assorbe?