Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo silenzio le sillabe rare, semi dell'anima, che in un attimo generano un sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d'ardore la mia fede nell'ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili al mio intelletto.
Io sono colei che ascolta, ammira e tace.
Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno dell'attenzione.
Dalle statue assise e intente ho appreso l'immobilità di un'attitudine armoniosa.
Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l'alto perchè le mie palpebre sono lievi.
Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola Amen.„
“Io soffro„ dice Anatolia “d'una virtù che dentro di me si consuma inutilmente. La mia forza è l'ultimo sostegno d'una rovina solitaria, mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo di tutte le abondanze della vita.
Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della gioia non l'infrangerebbe, come non l'estenua questa lunga e lentissima pena. Un'immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla.
Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest'officio così angusto, a questa pena così lenta? Perchè mi vieta l'alleanza sublime a cui il mio cuore anela?