Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.
— Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un chiromante, forse?
— Sono un chiromante — io risposi per gioco.
— Leggete allora le nostre sorti.
— Mostratemi la palma sinistra.
Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla mia fede, e che il mio stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„
Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle sorelle si abbassarono.
— Ebbene? — mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella fronte. — Che avete letto?
— Ho letto — risposi — ma non posso rivelare.
— Perchè? — fece ella riacquistando il suo sorriso. — Tanto è terribile quel che sapete?