La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli illuminandole tutta la faccia.

— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....

Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido, vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito come davanti a un prodigio di grazia.

— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. — Vuol burlarsi di me.

— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi, bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione francescana. Bisogna aggiungere un fioretto ai Fioretti: “Come Suor Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate, raccontate!

La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.

Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini anteriori turbandone le linee o dissipandole. D'un tratto uno scroscio argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!

Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva nell'intimo della sua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare di te un essere di gioia.„

Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia difficile vedere non pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti, alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendo stato chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: — v'è forse una più paurosa imagine del mistero?

Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.