— Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara sorella. Quando udrete il vescovo annunziare Ecce sponsus venit, voi tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E, se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine. Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe con infinita pazienza e con balsami composti di erbe che non si posson cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile. E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno constrittore, com'è ne' vostri voti....

Mormorava la vergine servile:

— Voglia Iddio ch'io sia quell'una!

— Ah, cara sorella — io le diceva — pensate quale immensa forza debba avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così violentemente!

— Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.

— Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli avrete infusa, Massimilla.

— Tacete, vi prego! — ella supplicava. — Temo che le vostre parole sieno empie.

— Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle promesse dei Salmi! V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa promessa nei versetti che avete appresi “Veni, Electa mea.... Vieni, o Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so che pondo e che splendore misteriosi. “Et immensis monilibus ornavit me.„ Parole ammirabili! Non è vero?

Ella ora mi guardava con tanta passione che tutta la sua piccola anima tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla inclinandomi appena.

— Forse io vi faccio male, un poco — le dissi. — Ma veggo in fondo ai vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella; poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei maggiori, non solo perchè vi si può invidiare il duca di Rodi che dorme nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua dall'ostacolo reggendo tra le mani un bacile d'argento pieno di cenere. Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo, chi mai riscalderà la vostra piccola anima?