— Per questo, forse — domandai a Oddo — Massimilla entra nel monastero?

— Non so; non credo — egli rispose. — È già passato molto tempo. Ma, certo, la vita per lei in questa casa dev'essere più incresciosa che per le altre. Io sempre penso ch'ella debba credersi disseccata ed estinta come le piante degli erbarii che Simonetto le lasciò in testamento. Ah quell'abito nuziale rimasto chiuso in un armadio come una reliquia! Ci pensi tu? Quella spoglia bianca che omai deve aver preso l'odore delle piante secche! Ci pensi tu? Credi tu che la Morte possa avere nel mondo un museo più triste di quello che Massimilla custodisce? Io qualche volta sono ingiusto; qualche volta non so dissimulare una specie d'amarezza che mi sale dal cuore quando penso che Massimilla se ne va, ci abbandona. Mi sembra che alla sua partenza debba seguire il dissolvimento finale; mi sembra che un turbine ci debba dissipare e disperdere tutti, come un mucchio di stracci. Ella intanto cerca di salvarsi. Ma io sono ingiusto. Veramente, ella è forse qui la più infelice. S'è avverato per lei quel che io le dicevo ridendo. Ella crede d'esser divenuta simile ai fiori e alle foglie degli erbarii. Per rivivere, per riavere un'illusione di vita, ella si sforza di comunicare con le cose vive. Non l'hai tu veduta quando affonda le mani nella verzura e resta in quell'atto per sentirsi scorrere su la pelle i bruchi? Non sai tu ch'ella passa ore ed ore nel giardino a cercare le bestiole e a farsele amiche? In questo ella è, come tu dicesti, un esemplare di perfezione francescana. Ma che diresti se tu sapessi che questo non è se non un desiderio angoscioso di sentire la vita? Io l'ho compreso; io solo forse l'ho compreso....

Egli proferì le ultime parole a bassa voce, quasi che le dicesse soltanto a sé medesimo; e poi tacque, forse per considerare entro di sé la creatura della sua imaginazione conturbata. — Era un sogno d'infermo quel suo? O la Massimilla vivente rispondeva in realtà a quella derelitta custode di piante morte? — Io non m'indugiai in questo dubbio; ma volli assaporare tutta la poesia che le strane imagini diffondevano nell'ombra della stanza ove ora giungeva il crepitío fioco della pioggia svegliando nelle mie narici il bisogno di aspirare il sentor della terra inumidita. Mi levai per aprire un poco la vetrata più vicina: l'odor terrestre entrò.

— Nei primi mesi, dopo la morte di Simonetto — riprese a dire Oddo — ella aveva molta cura degli erbarii. Passava lunghe ore nella camera ov'erano riposti, a esaminare i fogli e a leggere le schede. E spesso io le tenevo compagnia, tanto ella mi faceva pena. Un giorno — ricordo — la sorpresi mentre apriva l'armadio dove ella conserva l'abito nuziale, nella camera stessa. Un altro giorno — ricordo — di primavera, ella m'apparve tutta commossa perché un bulbo di narcisso aveva germogliato.... È strano; non è vero, Claudio? Ho veduto quel bulbo rimettere ancora una volta, nella primavera scorsa. E questa volta? Non ho chiesto a Massimilla.... Vuoi che andiamo a vedere?

Egli si levò in piedi, come preso da un'impazienza febrile; e diede qualche passo verso l'uscio. Ma Antonello, che era ancor disteso sui suoi guanciali, anche si levò col medesimo aspetto — vivo nella mia memoria — con cui egli aveva annunziato il passaggio della lugubre portantina; e, mettendosi l'indice su la bocca per significarci di tacere, si chinò verso la parete guardante la loggia, e stette a origliare. Nel silenzio non s'udiva se non lo strèpere eguale e dolce del tiepido nembo primaverile sul giardino chiuso.

— Non uscite! — bisbigliò Antonello.

Non chiedemmo il perché, tanto era palese sul viso emaciato e contratto di lui la causa di quel timore. E, come ci giunse un suono di voci e di passi, Oddo s'accostò all'uscio e l'aprì un poco per intraguardare. Io anche m'accostai; e, stando alle sue spalle, scorsi per la fenditura Anatolia che conduceva al suo braccio la madre, seguíta da una delle due donne grige, nella loggia coperta. La principessa Aldoina camminava a fatica, appoggiandosi alla figlia con tutto il suo peso, vestita stranamente d'un abito pomposo a lungo strascico, ornata di falsi gioielli, pallida ed enorme, con il capo alzato e un poco piegato in dietro, con gli occhi socchiusi, con un indescrivibile sorriso errante su le labbra appassite, quasi che il romore della pioggia sul lastrico del cortile fosse per lei un susurro d'omaggio in mezzo a cui ella passasse regina andando verso il suo trono. E tutta la luce della pietà dolorosa era nel volto filiale che si chinava verso la demente.

Come l'apparizione si dileguò, rimanemmo per qualche attimo sospesi in un'angoscia affettuosa. E, mentre udivasi ancora il suono dei passi tristi, io rivedevo entro di me con una straordinaria evidenza l'effigie della vergine atteggiata di pietà e di dolore, quale erami apparsa nella sua luce vera e suprema. E mi sorgeva dall'intimo un sentimento quasi religioso come dinnanzi a un mistero sacro, poiché nessuno degli atti anteriori compiuti dalla pura consolatrice al mio conspetto aveva il pregio e la significazione di quello compiuto da lei inconscia sotto il mio sguardo nascosto. Ella attingeva d'un tratto nella mia anima un'altitudine sublime, irradiata da tutto lo splendore della sua bellezza morale, sollevata da tutta la forza della sua volontà eroica. Contemplata così, fuor d'ogni attenenza con me medesimo, nel segreto della sua propria vita a cui io era estraneo, nell'assoluta sincerità del suo sentimento, ella assumeva una specie ideale che nel mio spirito l'accomunava alle intrepide creature fatte immortali dai poeti, vittime divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più pura e un cuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nel suo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì dolce sorriso nella via dell'immolazione.

E io pensai a Colui che doveva venire.