Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto, nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida mentre il Re assiderato arrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta; la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra camera; poi l'imbarco su la nave, cerimonia triste come un mortorio, e il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebbero potuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„
Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del parente.
— Ah, se Ferdinando non fosse morto! — esclamò il vecchio, con un gesto quasi minaccioso. — Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata offerta la corona d'Italia....„ Non pensi tu, Claudio, che un Borbone la porterebbe oggi sul capo?
— Forse — io risposi con grande rispetto. — E, se così fosse, ai primi onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano. Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegio di dolore, e il vostro fu ben riconosciuto.
Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare.
— Lontano dal mondo, — io soggiunsi — chiuso in una nube così densa di tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una risurrezione delle cose che sono morte; ed ho ancora nell'orecchio la profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno; ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la morte del padre, non scrisse egli di suo pugno un editto per ristabilire gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta. È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto?
Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe Luzio disse non senza un'ombra di severità:
— Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo.
— È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per noi e per i nostri pari non v'è omai salvezza se non a patto di sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia: non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente dormire!