La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo, ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli, dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rare erbe alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra vita.

Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi triste, come adombrato da un rammarico.

— Fermiamoci qui — ella mormorò abbassando le palpebre. — Non posso andare più oltre....

— Ancora un tratto — io le dissi incalzato da un desiderio veemente di giungere — pochi passi ancora, e tocchiamo la cima!

— Non posso andare più oltre — ella ripeté, con una voce spenta che non pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne qualche cosa che l'ingombrasse.

Poi tentò di sorridermi.

— Che strana illusione! — soggiunse. — La cima è ancora lontana. Par sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana....

Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo:

— E v'è qualche anima che soffre, laggiù.

Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle aspettavano.