— Torniamo in dietro, Claudio — soggiunse con un accento che io non dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì gran numero di cose recondite.

— Cara, cara Anatolia! — io proruppi prendendole le mani, tutto pieno del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in cui era per me l'indizio indubitabile d'un atto interiore quasi divino. — Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature, Anatolia?

Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual movimento istintivo d'orrore — che io non percepii con gli occhi ma con uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre lasciando la coscienza attonita.

Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili.

— Voi parlate come se fossimo soli, — disse smarritamente — come se io fossi sola.... come se io fossi sola....

— Anatolia, che avete mai? — le chiesi, turbato da quel suo turbamento inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza delle sue parole.

E un pensiero balenò su la mia incertezza. — Non forse era stata assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e taciturni? — Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo spirito vi si smarriva.

Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute, muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri, ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul cielo con la medesima asprezza precisa che avevano da presso gli scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E, di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di minugia per gli strumenti di suono.

— Voi siete affaticata — io dissi alla cara compagna cercando di trarla verso un macigno che mi pareva potesse almeno da un lato impedirle la vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. — Voi siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio. Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche minuto....

Ella tentò ancora di sorridermi.