Giuliana era seduta; aveva Natalia su le ginocchia. Anch'io ero seduto. E Maria andava da lei a me e da me a lei, con una mobilità continua, parlando senza posa, incitando la sorella, rivolgendoci una quantità di domande a cui non rispondevamo se non con qualche cenno del capo. Quel favellìo vivace riempiva il nostro silenzio. In uno dei frammenti che io udii, Maria diceva alla sorella:
—Ah, tu hai dormito con la mamma, stanotte. È vero?
E Natalia:
—Sì, perché io sono piccola.
—Ah, ma la notte che viene, sai, tocca a me. È vero, mamma? Prendi me nel tuo letto, la notte che viene….
Giuliana taceva, non sorrideva, assorta. Poiché Natalia le stava su le ginocchia volgendole le spalle, ella la teneva cinta con le braccia alla vita; e le sue mani posavano nel grembo della figliuola congiunte, più bianche della vestetta bianca su cui posavano, e affilate, e dolenti, così dolenti che rivelavano esse sole una immensità, di tristezza. Giungendole la testa di Natalia a fiore del mento, ella reclinata pareva premere la bocca su quei riccioli; così che quando io le gettavo uno sguardo, non vedevo la parte inferiore del volto, non le vedevo l'espressione della bocca. Né incontravo mai gli occhi. Ma ogni volta vedevo le palpebre abbassate, un poco rosse, che ogni volta mi turbavano a dentro come se lasciassero trasparire la fissità della pupilla che coprivano.
Aspettava ella che io dicessi qualche parola? Salivano intanto alla sua bocca nascosta parole improfferibili?
Quando alfine con uno sforzo mi riuscì di sottrarmi a quello stato d'inazione in cui s'erano avvicendate lucidità e oscurità straordinarie, io dissi, (ed ebbi, credo, l'accento che avrei avuto nel continuare un dialogo già iniziato, nell'aggiungere nuove parole alle dette) io dissi piano:
—La mamma vuole che io avvisi il dottore Vebesti. Le ho promesso di scrivere. Scriverò.
Ella non sollevò le palpebre; rimase muta. Maria, nella sua profonda inconsapevolezza, la guardò attonita; poi guardò me.