Io m'alzai, per uscire,
—Oggi, dopo mezzogiorno, andrò al bosco d'Assòro, con Federico. Ci vedremo stasera, al ritorno?
Poiché ella non accennava a rispondere, ripetei con una voce che significava tutte le cose non espresse:
—Ci vedremo, stasera, al ritorno?
Le sue labbra tra i riccioli di Natalia spirarono:
—Sì.
XIV.
Nella violenza delle mie agitazioni diverse e contrarie, nel primo tumulto del dolore, sotto la minaccia dei pericoli imminenti, io non m'era ancora fermato a considerare l'Altro. Ma anche, fin dal principio, non avevo avuto né pur l'ombra di un dubbio su la giustezza del mio antico sospetto. Subito, nel mio spirito, l'Altro aveva preso l'imagine di Filippo Arborio; e, al primo impeto di gelosia carnale che m'aveva assalito dentro l'alcova, l'imagine abominevole s'era accoppiata con quella di Giuliana in una serie di visioni orrende.
Ora, mentre io e Federico andavamo cavalcando verso la foresta, lungo quel fiume tortuoso che io avevo contemplato nel torbido pomeriggio del sabato santo, l'Altro veniva con noi. Tra me e mio fratello s'intrapponeva la figura di Filippo Arborio, vivificata dal mio odio, resa dal mio odio così intensamente viva che io provavo, guardandola, in sensazione reale, un orgasmo fisico, qualche cosa di simile al fremito selvaggio da cui ero stato preso talvolta trovandomi sul terreno, di fronte all'avversario spogliato di camicia, al segnale dell'attacco.
La vicinanza di mio fratello aumentava straordinariamente il mio male. Al paragone di Federico, la figura di quell'uomo, così fine, così nervosa, così feminea, si rimpiccioliva, s'immiseriva, diveniva spregevole per me ed ignobile. Sotto l'influsso del nuovo ideale di forza e di semplicità virile, ispiratomi dall'esempio fraterno, io non soltanto odiavo ma disprezzavo quell'essere complicato ed ambiguo che pure apparteneva alla mia stessa razza e aveva comuni con me alcune particolarità di constituzione cerebrale, come appariva dalla sua opera d'arte. Io me lo imaginavo, a simiglianza d'uno dei suoi personaggi letterarii, affetto dalle più tristi malattie dello spirito, obliquo, doppio, crudelmente curioso, isterilito dall'abitudine dell'analisi e dell'ironia riflessa, di continuo occupato a convertire i più caldi e spontanei moti dell'animo in nozioni chiare e glaciali, avvezzo a considerare qualunque creatura umana come un soggetto di pura speculazione psicologica, incapace d'amore, incapace d'un atto generoso, d'una rinuncia, d'un sacrificio, indurito nella menzogna, ottuso dal disgusto, lascivo, cinico, vile.