Pensavo, gittando di tratto in tratto un'occhiata a Federico e vedendolo ancora severo: "Certo, se io gli rivelassi la verità, egli non mi crederebbe. Egli non potrebbe credere al fallo di Giuliana, alla contaminazione della sorella. Io non so decidere veramente, tra l'affetto di lui e l'affetto di mia madre per Giuliana, quale sia più profondo. Non ha egli sempre tenuto sul suo tavolo il ritratto della nostra povera Costanza e il ritratto di Giuliana riuniti come in un dittico per la stessa adorazione? Anche stamani! come s'addolciva la sua voce nominandola!" Subitamente, per contrasto, la bruttura mi si ripresentò anche più turpe. Era il corpo intraveduto nello spogliatoio della sala d'armi quello che si atteggiava nelle mie visioni. E il mio odio pur troppo operava su quell'imagine come l'acido nitrico su i tratti segnati nella lastra di rame. L'incisione diveniva sempre più netta.

Allora, mentre mi durava nel sangue l'eccitamento della corsa, per quell'esuberanza di coraggio fisico, per quell'istinto di combattività ereditario che tanto spesso si risvegliava in me al rude contatto degli altri uomini, io sentii che non avrei potuto rinunziare ad affrontare Filippo Arborio. "Andrò a Roma, cercherò di lui, lo provocherò in qualche modo, lo costringerò a battersi, farò di tutto per ucciderlo o per renderlo invalido." Io me lo imaginavo pusillanime. Mi tornò alla memoria una mossa un po' ridicola che gli era sfuggita, nella sala d'armi, al ricevere in pieno petto una botta dal maestro. Mi tornò alla memoria la sua curiosità nel chiedermi notizia del mio duello: quella curiosità puerile che fa spalancare gli occhi a chi non s'è trovato mai nel cimento. Mi ricordai che, durante il mio assalto, egli aveva tenuto lo sguardo sempre fisso su me. La conscienza della mia superiorità, la certezza di poterlo sopraffare mi sollevarono. Nella mia visione, un rivo rosso rigò quella sua pallida carne ributtante. Alcuni frammenti di sensazioni reali, provate in altri tempi a fronte di altri uomini, concorsero a particolarizzare quello spettacolo imaginario nel quale m'indugiavo. E vidi colui sanguinoso e inerte su un pagliericcio, in un casale lontano, mentre i due medici accigliati gli si curvavano sopra. Quante volte io, ideologo e analista e sofista in epoca di decadenza, m'ero compiaciuto d'essere il discendente di quel Raimondo Hermil de Penedo che alla Goletta operò prodigi di valore e di ferocia sotto gli occhi di Carlo Quinto! Lo sviluppo eccessivo della mia intelligenza e la mia multanimità non avevano potuto modificare il fondo della mia sostanza, il substrato nascosto in cui erano inscritti tutti i caratteri ereditarii della mia razza. In mio fratello, organismo equilibrato, il pensiero s'accompagnava sempre all'opera; in me il pensiero predominava ma senza distruggere le mie facoltà di azione che anzi non di rado si esplicavano con una straordinaria potenza. Io ero insomma un violento e un appassionato consciente, nel quale l'ipertrofia di alcuni centri cerebrali rendeva impossibile la coordinazione necessaria alla vita normale dello spirito. Lucidissimo sorvegliatore di me stesso, avevo tutti gli impeti delle nature primitive indisciplinabili. Più d'una volta io ero stato tentato da improvvise suggestioni delittuose. Più d'una volta ero rimasto sorpreso dall'insurrezione spontanea d'un istinto crudele.

—Ecco le Carbonare—disse mio fratello, mettendo il cavallo al trotto.

Si udivano i colpi delle scuri nella foresta e si vedevano le spire del turno salire tra gli alberi. La colonia dei carbonai ci salutò. Federico interrogava i lavoratori intorno all'andamento delle opere, li consigliava, li ammoniva, osservando con occhio esperto i fornelli. Tutti stavano davanti a lui in attitudini di reverenza e lo ascolvano attenti. Il lavoro d'in torno pareva esser divenuto più fervido, più facile, più giocondo, come il crepitio del fuoco efficace. Gli uomini correvano qua e là a gittar terra dove il fumo usciva con troppa copia, a chiudere con zolle i varchi aperti dalle esplosioni; correvano e vociavano. Gridi gutturali d'abbattitori si mescevano a quelle voci rudi. Rimbombava nell'interno lo schianto di qualche albero caduto. Fischiavano, in qualche pausa, i merli. E la grande foresta immobile contemplava i roghi alimentati dalle sue vite.

Mentre mio fratello compiva l'esame delle opere, io mi allontanai lasciando al cavallo la scelta dei sentieri che si diramavano pel folto. I rumori si affiochivano dietro di me, gli echi morivano. Un silenzio grave scendeva dalle cime. Io pensavo: "Come farò per risollevarmi? Quale sarà la mia vita da domani in poi? Potrò seguitare a vivere nella casa di mia madre col mio segreto? Potrò accomunare la mia esistenza con quella di Federico? Chi mai, che cosa mai al mondo potrà risuscitare nella mia anima una scintilla di fede?" Lo strepito delle opere si spegneva dietro di me; la solitudine diventava perfetta. "Lavorare, praticare il bene, vivere per gli altri…. Potrei ora ritrovare in queste cose il vero senso della vita? E veramente il senso della vita non si ritrova pieno nella felicità personale ma in queste cose soltanto? L'altro giorno, mentre mio fratello parlava, io credevo di comprendere la sua parola; credevo che la dottrina della verità mi si rivelasse per la sua bocca. La dottrina della verità, secondo mio fratello, non sta nelle leggi, non sta nei precetti, ma semplicemente e unicamente nel senso che l'uomo dà alla vita. Mi pareva d'aver compreso. Ora, d'un tratto, sono ritornato nel buio; sono ridiventato cieco. Non comprendo più nulla. Chi mai, che cosa mai al mondo mi potrà consolare del bene che ho perduto?" E l'avvenire mi apparve spaventoso, senza speranza. L'imagine indeterminata del nascituro crebbe, si dilatò, come quelle orribili cose informi che noi vediamo talvolta negli incubi, ed occupò tutto il campo. Non si trattava d'un rimpianto, d'un rimorso, d'un ricordo indistruttibile, d'una qualunque più amara cosa interiore, ma di un essere vivente. Il mio avvenire era legato a un essere vivente d'una vita tenace e malefica; era legato a un estraneo, a un intruso, a una creatura abominevole contro di cui non soltanto la mia anima ma la mia carne, tutto il mio sangue e tutte le mie fibre votavano un'avversione bruta, feroce, implacabile fino alla morte, oltre la morte. Pensavo: "Chi avrebbe potuto imaginare un supplizio peggiore per torturarmi insieme l'anima e la carne? Il più ingegnosamente efferato dei tiranni non saprebbe concepire certe crudeltà ironiche, le quali sono soltanto del Destino. Era presumibile che la malattia avesse resa sterile Giuliana. Or bene, ella si dà a un uomo, commette il suo primo fallo, e rimane incinta, ignobilmente, con la facilità di quelle femmine calde che i villani sforzano dietro le siepi, su l'erba in tempo di foia. E, a punto mentre ella è piena delle sue nausee, io mi pasco di sogni, m'abbevero d'ideale, ritrovo le ingenuità della mia adolescenza, non m'occupo di altro che di cogliere fiori…. (Oh quei fiori, quegli stomachevoli fiori, offerti con tanta timidezza!) E, dopo una grande ubbriacatura tra sentimentale e sensuale, ricevo la dolce notizia—da chi?—da mia madre! E, dopo la notizia, ho un'esaltazione generosa, faccio in buona fede una parte nobile, mi sacrifico in silenzio, come un eroe di Octave Feuillet! Che eroe! Che eroe!" Il sarcasmo mi torceva l'anima, mi contraeva tutte le fibre. E di nuovo, allora, mi prese la follia della fuga.

Guardai davanti a me. In vicinanza, tra i fusti, irreale come un inganno di occhi allucinati, brillava l'Assoro. "Strano!" pensai, provando un brivido particolare. Non m'ero accorto, prima di quel momento, che il cavallo senza guida s'era inoltrato per un sentiero che conduceva al fiume. Pareva quasi che l'Assoro mi avesse attirato.

Stetti in forse, per un istante, tra il proseguire sino alla riva e il ritornare indietro. Scossi da me il fascino dell'acqua, e il cattivo pensiero. Voltai il cavallo.

Un grave accasciamento succedeva alla convulsione interna. Mi sembrò che a un tratto la mia anima fosse divenuta una povera cosa gualcita, avvizzita, rimpicciolita, una cosa miserabile. Mi ammollii; ebbi pietà di me, ebbi pietà di Giuliana, ebbi pietà di tutte le creature su cui il dolore imprime le sue stimate, di tutte le creature che tremano abbrancate dalla vita come trema un vinto sotto il pugno del vincitore inesecrabile. "Che siamo noi? Che sappiamo noi? Che vogliamo? Nessuno mai ha ottenuto quel che avrebbe amato; nessuno otterrà quel che amerebbe. Cerchiamo la bontà, la virtù, l'entusiasmo, la passione che riempirà la nostra anima, la fede che calmerà le nostre inquietudini, l'idea che difenderemo con tutto il nostro coraggio, l'opera a cui ci voteremo, la causa per cui moriremo con gioia. E la fine di tutti gli sforzi è una stanchezza vacua, il sentimento della forza che si disperde e del tempo che si dilegua…." E la vita m'apparve in quell'ora come una visione lontana, confusa e vagamente mostruosa. La demenza, l'imbecillità, la povertà, la cecità, tutti i morbi, tutte le disgrazie; l'agitazione oscura continua di forze inconscienti, ataviche e bestiali nell'intimo della nostra sostanza; le più alte manifestazioni dello spirito instabili, fugaci, sempre subordinate a uno stato fisico, legate alla funzione d'un organo; le transfigurazioni istantanee prodotte da una causa impercettibile, da un nulla; la parte immancabile di egoismo nei più nobili atti; la inutilità di tante energie morali dirette verso uno scopo incerto, la futilità degli amori creduti eterni, la fragilità delle virtù credute incrollabili, la debolezza delle più sane volontà, tutte le vergogne, tutte le miserie m'apparvero in quell'ora. "Come si può vivere? Come si può amare?"

Risonavano le scuri nella foresta: un grido breve e selvaggio accompagnava ogni colpo. Qua e là negli spiazzi i grandi mucchi, in forma di coni tronchi o di piramidi quadrangolari, fumigavano. Le colonne del fumo si levavano dense e diritte come i fusti arborei, nell'aria senza vento. Per me tutto era simbolo, in quell'ora.

Diressi il cavallo verso una carbonaia vicina, avendo riconosciuto
Federico.