—Grande errore—ella continuò—grande errore non esser morta prima del tuo ritorno da Venezia. Ma la povera Maria, ma la povera Natalia, come le avrei lasciate?

Ella esitò un poco.

—Te anche, forse avrei lasciato male…. Ti avrei lasciato qualche rimorso. La gente ti avrebbe accusato. Non avremmo potuto nascondere a nostra madre…. Ella ti avrebbe domandato: "perché ha voluto morire?" Sarebbe giunta a conoscere la verità che le abbiamo nascosta fino ad ora…. Povera santa!

Le si chiudeva la gola, forse; perché la sua voce si affiochiva, prendeva un tremolìo di pianto contenuto. Lo stesso nodo serrava la mia gola.

—Ci pensai. Anche pensai, quando tu volesti condurmi qui, che ero divenuta indegna di lei, indegna d'essere baciata su la fronte, d'essere chiamata figliuola. Ma tu sai come noi siamo deboli, come facilmente ci abbandoniamo alla forza delle cose. Io non speravo più nulla; sapevo bene che, fuori della morte, non c'era altro scampo per me; sapevo bene che ogni giorno più il cerchio si stringeva. E pure, lasciavo passare i giorni a uno a uno, senza risolvermi. E avevo un mezzo sicuro per morire!

Ella s'arrestò. Obedendo a un impulso repentino, io levai il viso e la guardai fissamente. Un gran fremito la scosse. E tanto fu manifesto il male che io le facevo guardandola, che di nuovo abbassai la fronte. Ripresi la mia attitudine.

Ella stava ancora in piedi. Sedette.

Seguì un intervallo di silenzio.

—Credi tu—ella mi domandò, con una timidezza penosa—credi tu che la colpa sia grave, quando l'anima non consente?

Bastò quell'accenno alla colpa per rimescolare in me d'un tratto il torbido fondo che s'era quietato; e una specie di rigurgito amaro mi salì alla bocca. Involontariamente mi uscì dalle labbra il sarcasmo. Dissi, facendo segno di sorridere: