Vidi entrare Giuliana, sorpreso.
—Oh, sei tu?
Le mossi incontro. Ella ansava un poco, forse affaticata dalle scale. La feci sedere. Le offersi una tazza di tè freddo con un sottile disco di limone, una bevanda a lei grata un tempo, che era pronta por me. Ella vi bagnò a pena le labbra e me la rese. I suoi occhi rivelavano l'inquietudine. Disse al fine, timidamente:
—Dunque parti?
—Sì—io risposi—domattina, come sai.
Seguì un intervallo di silenzio, lungo. Dalle finestre aperte entrava una frescura deliziosa; su i davanzali batteva la luna piena; giungeva il canto corale dei grilli, simile al suono d'un flauto un po' roco e indefinitamente lontano.
Ella mi domandò, con la voce alterata:
—Quando tornerai? Dimmi la verità.
—Non so—risposi.
Seguì un'altra pausa. Il vento leggero ricorreva a volta a volta, e le tende si gonfiavano. Ogni àsolo recava nella stanza, fino a noi, la voluttà della notte d'estate.