Ella m'interrogava con gli occhi, assai più angosciosi delle sue parole. Parve fissare in me per un istante la sua stessa anima. E quei poveri occhi dilatati, quella fronte così pura, quella bocca convulsa, quel mento smagrito, tutto quel tenue viso dolente a contrasto con la difformità inferiore ignominiosa, e quelle mani, quelle tenui mani dolenti che si tendevano verso di me con un gesto supplichevole, mi fecero pena come non mai, e m'impietosirono e m'intenerirono.
—Credimi, Giuliana, credimi per sempre. Non ho nessun rancore contro di te, non ne avrò mai. Non dimentico che ti debbo il contraccambio; non dimentico nulla. Non ne hai già le prove? Rassicurati. Pensa ora a liberarti. E poi…. chi sa! Ma, in qualunque caso, io non ti mancherò, Giuliana. Ora lascia che io parta. Forse qualche giorno di lontananza mi farà bene. Tornerò calmato. Sarà necessaria molta calma, poi. Tu avrai bisogno di tutto il mio aiuto….
Ella disse:
—Grazie. Farai di me quel che vorrai.
Un canto umano ora giungeva nella notte, coprendo il suono roco del flauto silvestre:—forse un coro di trebbiatori, da qualche aia remota sotto la luna.
—Senti?—io dissi.
Ascoltammo. Il vento asolava. Tutta la voluttà della notte d'estate veniva a gonfiarmi il cuore.
—Vuoi che andiamo a sedere di là, sul terrazzo?—chiesi a Giuliana dolcemente.
Ella acconsentì, si levò. Passammo nell'altra stanza, ove non era altro lume che quello del plenilunio. Un gran flutto candido, qualche cosa come un latte immateriale, inondava il pavimento. In quel flutto ella camminò d'avanti a me, per uscire sul terrazzo; e io potei vedere la sua ombra difforme disegnarsi cupa nel chiarore.
Ah dov'era la creatura esile e pieghevole che avrei stretta fra le mie braccia? Dov'era l'amante che avevo rinvenuta sotto i fiori di lilla in un meriggio d'aprile?—Ebbi nel cuore, in un attimo, tutti i rimpianti, tutti i desiderii, tutte le disperazioni.