—È ancora a Roma Galiffa?—gli domandai.

—No, è a Rimini.

Dopo alcuni momenti mi accomiatai.

La notizia inaspettata mi aveva colpito. Pensai: "Fosse vera!" E m'augurai che si trattasse d'una di quelle terribili malattie del midollo spinale o della sostanza cerebrale, che conducono un uomo alle infime degradazioni, all'idiotismo, alle più tristi forme della follia e quindi alla morte. Le nozioni apprese dai libri di scienza, i ricordi d'una visita a un manicomio, le imagini anche più precise lasciatemi impresse dal caso speciale di un mio amico, del povero Spinelli, ora mi tornavano alla memoria rapidamente. E rivedevo il povero Spinelli seduto su la gran poltrona di cuoio rosso, pallido d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio incomprensibile. E rivedevo il gesto ch'egli faceva ad ogni tratto per raccogliere nel fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca. E rivedevo la figura bionda e smilza e dolente della sorella che metteva all'infermo un tovagliolo sotto il mento, come a un bambino, e con la sonda faringea gli introduceva nello stomaco i cibi ch'egli non avrebbe potuto inghiottire.

Pensavo: "Ho tutto da guadagnare. Se avessi un duello con un avversario così celebre, se lo ferissi gravemente, se l'uccidessi, il fatto, certo, non rimarrebbe segreto; correrebbe su tutte le bocche, sarebbe divulgato, comentato da tutte le gazzette. E potrebbe anche venire in chiaro la causa vera del duello! In vece questa malattia provvidenziale mi salva da ogni pericolo, da ogni fastidio, da ogni pettegolezzo. Io posso ben rinunziare a una voluttà sanguinaria, a un castigo inflitto con la mia mano (e sono poi certo dell'esito?), quando so paralizzato dalla malattia, ridotto all'impotenza l'uomo che detesto. Ma la notizia sarà vera? E se si trattasse d'un disturbo transitorio?" Mi venne una buona idea. Saltai in una vettura e mi feci condurre alla libreria, dell'editore. Nella strada consideravo mentalmente (con un vóto sincero) i due disturbi cerebrali più terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per uno stilista:—l'afasia e l'agrafia. E avevo la visione fantastica dei sintomi.

Entrai nella libreria. Da prima non distinsi nulla, con gli occhi abbacinati dalla luce esterna. Udii una voce nasale, dall'accento straniero, che mi chiedeva:

—Il signore desidera?…

Scorsi dietro il banco un uomo d'età inconoscibile, biondiccio, scarno, dilavato, una specie d'albino; e mi rivolsi a lui, indicandogli i titoli di alcuni libri. Ne comprai parecchi. Poi domandai l'ultimo romanzo di Filippo Arborio. L'albino mi porse Il Segreto. Allora m'atteggiai ad ammiratore fanatico del romanziere.

—Questo è l'ultimo?

—Sì, signore. La nostra casa ne ha annunziato un nuovo, da qualche mese:—Turris eburnea!